Roberto, cinquanta giorni in coma farmacologico: famiglia e medici mi hanno riportato in vita

Il Covid gli ha fatto perdere 23 chili, la sua storia ha risvolti incredibili. Il pensionato di San Biagio: vaccinatevi, è l’unico modo per farcela  

SAN BIAGIO DI ARGENTA. Novantanove giorni in ospedale a Cona di cui 50 in terapia intensiva e i restanti al centro riabilitativo San Giorgio. Una degenza che gli ha causato una perdita di peso di 23 chili.

Numeri che fanno impressione. Roberto Deserri, 65 anni, pensionato di San Biagio di Argenta, dopo aver letto quanto ha causato il Covid all’edicolante argentana Elena Conti, d’accordo con sua moglie Catia Cesari, insegnante, ha deciso di raccontare la sua esperienza. Roberto, dopo aver giocato fino a 19 anni nelle giovanili della Spal, e un anno nel Civitanova, è tornato a casa svolgendo diversi lavori, e da due anni è in pensione.


«Avevo tante cose da fare coi nipoti – racconta – e invece è arrivato il Covid che dopo 99 giorni mi ha lasciato dei segni e ci vorrà tempo per guarire. Il 6 aprile 2021 quando con mia moglie abbiamo fatto il tampone risultando entrambi positivi, io non avevo fatto il vaccino perché non avevo l’età, mentre mia moglie, essendo paziente a rischio, aveva fatto la prima dose pochi giorni prima. Ho iniziato a tossire che mi scannavo, e ho chiamato la dottoressa che ha fatto intervenire l’Usca, poi l’ambulanza e il trasferimento a Cona: da quel momento non ricordo più nulla. Poi ho saputo che sono stato 50 giorni in coma farmacologico e, dopo la tracheotomia mi hanno intubato e dal quel momento ho avuto degli incubi con delle cose fuori dal normale».

«Dopo aver fatto la quarantena e trascorso un mese dal suo ricovero – aggiunge la moglie Catia – sono andata a trovarlo per la prima volta. Sono rimasta per 20 minuti dietro la vetrata: era immobile, paralizzato in una posizione prona per vedere se attraverso la macchina i polmoni avessero ripreso a funzionare. Una scena che non auguro a nessuno. Giornalmente mi chiamavano al telefono per tenermi informata sulla salute di mio marito e debbo dire che sono stati professionali: con tono pacato, con ricchezza di particolari sono stati davvero deliziosi ed esemplari. Ogni loro decisione invasiva mi veniva comunicata, compreso l’esito».

«Poi ho saputo che non mi avevano dato tante speranze di vita – riprende il marito – e invece ho iniziato a migliorare».

Ricordando quei momenti, moglie e merito si fermano un attimo, si guardano negli occhi e sorridono: ora possono farlo. Un fatto curioso viene fuori dal momento che Roberto riprende coscienza: «e sì perché – spiega – mi sono trovato nudo solo col camicione ed ero convinto che mi avessero rubato l’orologio, il telefonino insomma tutto ma poi, mi hanno assicurato che la roba l’aveva mia moglie. Uscendo dalla medicina d’urgenza ed essendo affetto da sindrome da allettamento, mi hanno portato al San Giorgio tra i cerebrolesi e lì ho visto delle cose non piacevoli ed è qui, mi creda, sono stato assistito da dei giovani che definirli angeli è poco. L’unica cosa di cui mi sono lamentato è il mangiare: semolino, stracchino, che insomma…Poi la dottoressa vedendo che miglioravo ha cambiato menù».

Per Roberto arriva il giorno che il medico gli dice: «Lunedì vai a casa».

«Veramente pensavo di uscire prima – precisa lui – e invece… Dopo gli ultimi esami sono venuto a casa. Tutti quanti mi hanno salutato e un medico mi ha detto che, grazie al fatto che non fumavo e al fisico da calciatore, sono riuscito a superare le molte difficoltà».

Roberto, ora che sta riprendendo la sua vita in famiglia, cosa si sente di dire?

«Gente vaccinatevi – è il suo messaggio - pensate anche agli altri e non solo a voi stessi. Il vaccino è una difesa per tutti e non capisco chi dice che si limita la libertà. Tornando a casa tra i miei compaesani che ringrazio per le testimonianze d’affetto, ho parlato con due no vax e nonostante gli avessi raccontato tutto sono rimasti della loro idea e io della mia. Quello che è incredibile è che non sono i giovani i no vax, ma nella fascia dei 50-60enni. Io il vaccino? Decideranno i medici. Anzi, uno di loro mi ha detto che ho degli anticorpi come delle aragoste».

«È stata un’esperienza molto forte – aggiunge la moglie Catia – vissuta su due fronti completamente diversi: lui lottava in ospedale e io con i nostri figli lottavamo a casa. Una cosa che ci ha cambiato. Quando è stato dimesso io ero presente e al nostro grazie erano invece loro, medici, psicologi, fisioterapisti, infermieri oss a dirgli grazie per essere stato collaborativo». «Terapie? – conclude Roberto -: sì a quelle ci pensano i miei nipoti».

Giorgio Carnaroli

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