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Ferrara, il tecnico radiologo di Emergency: «Io tra i feriti di guerra a Kabul»

Il tecnico radiologo ferrarese racconta gli anni con Emergency nelle zone calde del mondo 

FERRARA. «A Kabul mi sono occupato quasi esclusivamente di feriti da guerra. Il nostro ospedale era l’unico nel raggio di duecento chilometri e ci confrontavamo sempre con l’emergenza. Per fare un esempio, è come se io venissi colpito da un proiettile a Ferrara e il pronto soccorso più comodo e vicino a me fosse a Milano. Poteva arrivare di tutto, in qualsiasi condizione». L’Afghanistan è stato la prima destinazione di Giacomo Mazza, tecnico radiologo ferrarese di trent’anni, che, dopo l’università e tre anni di esperienza sul territorio, ha scelto di entrare a far parte di Emergency.

«Sono rimasto a Kabul per sei mesi poi sono tornato in Italia e ripartito per la stessa destinazione. Dopo altri sei mesi di missione nella capitale sono stato in Panshir e a Lashkar-gah; sempre in Afghanistan. Poi ci sono stati l’Uganda, il Sudan, la Sierra Leone e di nuovo l’Uganda». In Panshir le cose andavano diversamente rispetto a Kabul, qui il ferrarese aveva a che fare principalmente con il punto nascite. «In Afghanistan, e in particolare a Kabul e Lashkar-gah, bisogna sempre essere pronti per il cosiddetto “Evento di massa”. Ogni giorno si deve essere pronti ad aiutare quanti più pazienti possibile, ognuno ha il suo compito e se tutti lo rispettano la macchina funziona». Dopo aver trascorso oltre un anno in Afghanistan Giacomo è partito per l’Uganda dove insieme ad altro personale Emergency doveva occuparsi dell’apertura di un nuovo ospedale pediatrico, ma dopo venti giorni è stato rimpatriato.


URAGANO COVID-19

«Era marzo 2020, la pandemia stava spaventando il mondo e io, dopo essere arrivato in Uganda e aver fatto due settimane di quarantena, sono stato ridestinato. Sono tornato in Italia e mi sono fermato a Bergamo, proprio nel momento in cui la città era deserta e per strada si vedevano soltanto i militari. Era una cosa incredibile. Insieme all’esercito ho lavorato all’ospedale temporaneo creato in Fiera e dopo due mesi sono tornato a Ferrara». Passate poche settimane Giacomo ha di nuovo la valigia pronta.

«Ad agosto sono partito per il Sudan e dopo alcune settimane sono volato in Sierra Leone per l’apertura di un nuovo ospedale. Lì dovevamo confrontarci con eventi traumatici di altro tipo, come incidenti stradali, malattie e ustioni da soda caustica. Molti fanno il sapone in casa e si bruciano con le sostanze durante la lavorazione; soprattutto i bambini». Poi al termine di queste missioni è finalmente potuto tornare in Uganda, nell’ospedale pediatrico che un anno prima a causa del coronavirus non era nemmeno riuscito a vedere.

«Non ho mai voluto essere in un posto diverso da quello in cui mi trovavo in quel momento. Ho scelto di partire e sono felice delle mie decisioni».

UNA BOTTA PER TUTTI

«La morte di Gino Strada è stata un colpo per tutti. Io non l’ho mai conosciuto di persona, ci siamo mancati per poco perché quando sono arrivato in Afghanistan lui se ne era andato da poche settimane ma se ho intrapreso questa strada, è anche per i concetti e gli ideali che lui trasmetteva. Mancherà a tutti ma resterà sempre con noi attraverso i suoi insegnamenti». Insegnare, insegnamenti sono parole che tornano spesso nel racconto di Giacomo. «Perché ho scelto Emergency? Per la sua filosofia. Il concetto è: vado dove c’è bisogno, creo l’ospedale, formo il personale e una volta autosufficiente lo lascio camminare da solo. È bello perché si crea indipendenza e lo staff locale lavora a stretto contatto con noi, si crea una squadra. La formazione continua è imprescindibile in ogni progetto Emergency».

La morte di Strada ha preceduto di pochi giorni l’ingresso dei talebani a Kabul. «Sento tutti i giorni i miei amici e colleghi e sono molto preoccupato. La situazione è drammatica e provo molto dispiacere ed amarezza. Sono preoccupato soprattutto per lo staff locale e le loro famiglie. Emergency è riconosciuto, i suoi scopi umanitari sono chiari a tutti e un ospedale non verrebbe mai attaccato però per i familiari dello staff afghano che collaboravano con le forze occidentali la situazione è drammatica. I talebani stanno andando a cercarli uno per uno, casa per casa».

EMOZIONI E LAVORO

Da alcuni giorni Giacomo è rientrato in Italia, trascorrerà qualche settimana di riposo con la sua fidanzata, anche lei di Emergency e conosciuta a Kabul, e poi ripartirà. «Volevo fare la mia parte. Questo pensavo quando ho contattato l’associazione e quando, anni prima, donai il midollo osseo con Admo Ferrara. Il principio alla base di queste scelte è sempre stato lo stesso: fare qualcosa per aiutare. A volte è difficile affrontare le situazioni, trovarsi davanti a un ferito di guerra o a un bambino malato lascia il segno ma col tempo ho imparato a separare i sentimenti dal lavoro. Se il bagaglio emotivo diventa troppo ingombrante si perde la lucidità e la macchina si blocca. Questo – conclude Giacomo – non deve accadere. Mai».

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