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Dopo il suicidio in cella: «Si faccia chiarezza e giustizia affinchè non accada più:non si deve morire in carcere»

Primi atti dell’indagine delal procura sul ragazzo morto in carcere all'Arginone cella il giorno dopo l’arresto. Il legale della famiglia, Antonio De Rensis: indagini necessarie

«L’inchiesta aperta? Non è solo un atto dovuto ma necessario per una vicenda che richiede massima chiarezza affinchè non accada più ciò che è successo in carcere al mio assistito: nulla può essere trascurato in vicende analoghe. E la famiglia del ragazzo che assisto chiede giustizia e chiarezza»: pesa le parole ma è chiaro il principio scandito dall’avvocato Antonio De Rensis, legale della famiglia del giovane di 29 anni morto suicida in carcere all’Arginone/Satta dopo 24 ore dall’arresto. Del resto, la conferma - indiretta a questo principio - arriva anche da addetti ai lavori, fonti interpellate dalla Nuova Ferrara: «Ben venga l’indagine, di certo qualcosa non ha funzionato all’interno e va corretto».

Possibili errori


Sul cosa e sul perchè e sui possibili errori nella catena della gestione del dopo arresto del detenuto farà chiarezza l’inchiesta condotta dal procuratore capo Andrea Garau, che, dando garanzie difensive, ha indagato per omicidio colposo - come atto dovuto per eseguire le consulenze - quattro poliziotti penitenziari: comandante, un ispettore e due agenti. L’inchiesta nella mattinata di ieri - e poi nel pomeriggio con i primi rilievi - ha visto il conferimento dell’incarico per svolgere gli esami medico legali al consulente della procura Raffaella Marino (consulenti di difesa e famiglia della vittima, i professori Avato e Pelosi), mentre il prossimo 20 settembre un’altra perizia sarà affidata alla tossicologa Francesca Righini. I “tecnici” nominati dalla procura dovranno accertare le cause della morte e quali fossero le condizioni psicofisiche al momento del decesso. Ma al di là di questi aspetti, obbligati, l’indagine dovrà far chiarezza su quel “qualcosa che non ha funzionato”, soprattutto sul perchè la vigilanza sul detenuto non abbia consentito di evitare la tragedia che poi si è consumato nella cella, con il suicidio.

Il ragazzo era stato arrestato la notte tra il 31 agosto e il 1 settembre: un arresto innescato dall’allarme di fidanzata, amici e famiglia sulle intenzioni di togliersi la vita del ragazzo. Da qui l’intervento dei vigili del fuoco a casa sua, poi dei carabinieri che di fronte a droga, pistola e soldi (provento di spaccio) lo hanno arrestato.

Grande vigilanza

Poi nel pomeriggio del 1 settembre, l’arrivo in carcere: qui, alle 22 l’accesso all’infermeria quando - da quanto si apprende da varie fonti - il medico di turno modifica la bassa vigilanza in grande vigilanza, scrivendolo in un documento, messo poi sotto la porta e trovato solo la mattina dopo dagli addetti. Ma quell’allerta sulla vigilanza (la “grande” prevede controlli ogni 20 minuti e non a vista), sarebbe stata applicata con un ordine di servizio solo dopo diverse ore. E così, dopo le 14, al controllo, la scoperta della tragedia. Il ragazzo è stato trovato sulla porta del bagno dove si era tolto la vita usando il lenzuolo: anche sulla dinamica dell’atto sono in corso accertamenti. Che nella tarda serata di ieri dai primi esami dell’autopsia hanno confermato la causa volontaria del decesso.

Daniele Predieri

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