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Abbandonò l’amico scappò con l’auto e non lo soccorse. Adesso il processo a Ferrara

Il caso di Paolo Resca, fogoliere della Contrada di San Paolo. Dopo il malore, fu scaricato e morì in strada in via 1° maggio 

FERRARA. La sua colpa? Aver lasciato in fin di vita l’amico, dopo averlo incontrato qui in città, in via Primo Maggio: lo abbandonò morente, dopo un malore improvviso e per i sanitari del 118 non ci fu più nulla da fare per tenerlo in vita. Paolo Resca, 55 anni, conosciutissimo negli ambienti del Palio cittadino, fogoliere della contrada di San Paolo, morì così, la sera del 13 ottobre del 2019. Per la colpa di averlo abbandonato, e non soccorso, il 9 febbraio del prossimo anno, un ferrarese di 50 anni sarà processato in tribunale per quella sua fuga: omissione di soccorso, l’imputazione, aggravata dalla morte della persona non soccorsa.

Indagini dopo la fuga


Perché come deciso dopo l’indagine svolta dalla Squadra mobile della Polizia per conto del pm Andrea Maggioni, l’uomo dopo esser stato in compagnia di Resca, che ebbe un malore, lo trascinò fuori dall’auto su cui si trovavano e Resca morì così, abbandonato sulla strada, mentre l’altro scappò con la sua auto, una Fiat Panda. Proprio da quell’auto, segnalata da abitanti della zona, gli inquirenti risalirono all’amico di Resca, e dopo le indagini di rito, ecco il processo. Ovvio e scontato, almeno per il suo esito. Come anticipa l’avvocato difensore del 50 enne ferrarese, Velia Recchia: «sceglieremo un rito alternativo, un patteggiamento alla luce del fatto che la morte fu causata da cause naturali (un arresto cardiaco, ndr) ma che comunque l’omissione di soccorso sussiste».

E così, la vicenda, almeno dal punto di vista processuale, si chiuderà con un patteggiamento e si volterà pagina su questa tragedia che per oltre una settimana, due anni fa, diventò un mistero a Ferrara. Perché dopo quella notte del 13 ottobre, le indagini portarono alla luce che l’uomo oggi a processo, fu preso dal panico perché non voleva far sapere della sua presenza in auto con Resca.

Non chiamò il118

Venne visto da testimoni scendere dall’auto, scuotere Resca che era alla guida, poi scaraventarlo fuori dall’abitacolo e lasciarlo moribondo a terra: se avesse chiamato i soccorsi, forse avrebbe potuto salvare l’amico. E solo dopo una decina di giorni si presentò alla Polizia: «sono io la persona che state cercando».

Agli inquirenti diede la sua spiegazione che non potrà essere una attenuante: «Chiaramente – aveva sottolineato l’avvocato Recchia – era suo dovere chiamare i soccorsi, ma è stato un momento in cui ha avuto un blocco psicologico». Ora resta solo la sentenza: il reato contestato è l’omissione di soccorso, ed è prevista l’aggravante del raddoppio della pena nel caso ai mancati soccorsi ne derivi la morte di una persona.

Daniele Predieri