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«Pestato in cella dagli agenti». A Ferrara si apre il processo per tortura

In aula la testimonianza del detenuto: «È stata la comandante a consigliarmi di fare denuncia»

FERRARA. «Ho deciso di fare denuncia perché era già successo altre volte di essere picchiato per poi venire accusato di essere stato io a picchiare. È stata proprio la comandante delle guardie penitenziarie a consigliarmi di fare la querela, di procedere contro gli agenti».

Tra mezze frasi e qualche vuoto di memoria, Antonio Colopi, ora detenuto a Reggio Emilia dove sta scontando una condanna per omicidio, pronuncia a bassa voce parole molto rumorose. Ieri Colopi, parte civile, è stato ascoltato alla prima udienza del dibattimento che vede due agenti della polizia penitenziaria, il sovrintendente Geremia Casullo e l’assistente Massimo Vertuani, a processo per tortura e lesioni, accusati di aver pestato Colopi dopo averlo fatto denudare e inginocchiare. Entrambi devono inoltre rispondere di calunnia perché, secondo il pm Isabella Cavallari, avrebbero incolpato il detenuto di resistenza «pur sapendolo innocente». Un terzo agente, l’assistente capo Pietro Licari, è già stato condannato in abbreviato a tre anni. Per Vertuani si è aggiunta anche l’accusa di falso perché, sempre secondo il capo di imputazione, avrebbe mentito dicendo che il detenuto si era opposto alla perquisizione della cella. Di falso e favoreggiamento deve rispondere poi l’infermiera Eva Tonini, perché ha dichiarato di aver visto il detenuto sbattere la testa contro il blindo, contrariamente, contesta la procura, a quanto sostenuto dal medico del carcere e da un altro operatore della Penitenziaria.


Il processo si è aperto con il racconto di Colopi su quanto avvenuto la mattina del 30 settembre 2017 all’Arginone, in una cella “liscia” (senza lenzuola, armadietti, materasso) in cui si trovava in isolamento dopo aver avuto, due giorni prima, uno scontro con altri agenti, ed essersi poi tagliato un braccio con un vetro. Colopi ha riferito al collegio, presieduto dal giudice Piera Tassoni, di essere stato svegliato da Casullo, «che avevo già visto altre volte» il quale «mi ha fatto togliere maglia, pantaloni e calzini e mi ha ammanettato al letto». Una volta immobilizzato, ha proseguito Colopi «sono stato colpito allo stomaco e al viso». Mentre in cella c’erano solo Colopi e Casullo, il detenuto ha dato una testata all’agente, rompendogli gli occhiali. «A quel punto è entrato un altro “appuntato”, più robusto (Licari) dicendo “Adesso tocca a me”, e mi ha picchiato anche lui». Sul ruolo del terzo agente, Vertuani, il testimone si è in parte discostato dal capo di imputazione (“interveniva picchiando Colopi”): «Non mi ha colpito. È rimasto sulla porta, a fare il palo. Ha passato a Casullo un ferro di battitura, con cui mi ha rotto un dente, e poi un coltello che mi ha puntato alla gola».

Proprio attorno al coltello ruota uno dei punti controversi: Colopi sostiene che quello che gli era stato puntato alla gola era a serramanico, mentre quello che gli era stato mostrato successivamente nell’ufficio del direttore era un coltello rudimentale, «di quelli che i detenuti fabbricano tagliando le bombolette del gas», e che secondo gli agenti si trovava nella sua cella ed era motivo della perquisizione. «Ma io quel coltello non l’avevo mai visto». Di più, sempre secondo Colopi, la stessa comandante delle guardie penitenziarie, Annalisa Gadaleta, gli avrebbe detto «che non potevo avere io quel coltello, in una cella liscia, e che gli agenti avevano esagerato e dovevo denunciare». Una circostanza su cui la comandante, che sarà ascoltata alla prossima udienza dell’11 novembre, potrà fornire il proprio resoconto.

Altro punto, l’intervento del medico del carcere. Colopi sostiene di avere avuto alcuni minuti di vuoto e di essere stato soccorso dalla dottoressa. «Ero sul letto, dolorante. Le ho detto che non sapevo perché mi trovassi lì, ma non ricordo se sono stato io a chiedere di parlare con il direttore o se è stata la stessa dottoressa, vedendo in che stato mi trovavo, ad avvisarlo». Quanto tempo era passato da quando era stato picchiato? «Non ricordo». Di botte, ha proseguito Colopi, «in carcere ne ho prese tante, ma le accuse si sono sempre ritorte contro di me». Da qui l’affondo della difesa (Bova e Lovison), che ha ricordato ai giudici l’indole violenta di Colopi, che gli ha già procurato una condanna definitiva a 5 anni, una in primo grado a un anno e un altro processo in corso, oltre a una ventina di procedimenti disciplinari per zuffe con altri detenuti e agenti.

Alessandra Mura

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