Ferrara, una figurina per ricordare Federico: «Uniti perché non accada mai più»

Ieri la cerimonia in memoria di Aldrovandi con il messaggio del sindaco. Il padre Lino: «Fu massacrato. Perché? Forse chi lo uccise e altri lo sanno»

FERRARA. Il tempo non cancella il dolore di una famiglia. E non spazza via neppure la brutalità di quando accadde quella mattina del 25 settembre del 2005. Si può però ricordare, riflettere e commemorare. È quanto hanno deciso di fare i ragazzi della Curva ovest della Spal che ieri, nel giardino del grattacielo, hanno presentato una figurina “solidale” assieme a Lino Aldrovandi, il papà di Federico, il cui ricavato verrà devoluto ad Amnesty international. C’è il ritratto di Federico, con la magia della Spal e, sopra la sua testa, un giocatore impegnato in una spettacolare rovesciata. L’ha disegnata l’illustratore Alberto Lunghini. Per non dimenticare e tenere viva la memoria di un ragazzo ucciso a soli 18 anni da tre agenti di polizia. Alla cerimonia c’era anche il sindaco Alan Fabbri. Anche lui davanti a papà Lino che per il suo toccante ricordo del figlio ha scelto un’ora non scontata. Le undici del mattino. Lo stesso orario in cui quel giorno di sedici anni fa un’auto della polizia si fermò davanti a casa sua. In quel caso era un amico di famiglia, agente della Digos. Ma portava, con le lacrime agli occhi, la notizia del dramma.

«Scesero due persone – ha raccontato ieri Lino Aldrovandi –. Mi accorsi che uno era un mio caro amico, i nostri figli erano cresciuti insieme. Aveva gli occhi lucidi. Ricordo che gli dissi subito: Federico è morto? I suoi occhi affranti mi confermarono che Federico non c’era più. Non si può descrivere la disperazione e il dolore di quei momenti. E posso garantirvi che non fu meno doloroso venire a scoprire attraverso tre processi, e con tanta fatica per arrivarci, che quel figlio che con tanta passione e tanto amore avevi cresciuto e che nulla di male aveva commesso quella mattina te lo avevano ucciso senza ragione quattro persone in divisa, quattro “schegge impazzite in preda al delirio” come le definì il procuratore generale in Cassazione poco prima della loro condanna definitiva».


La giustizia ha fatto negli anni il proprio corso e ora la vicenda processuale è chiusa. Ma la memoria di quel dramma non si affievolisce. E il padre di Federico ieri ha ricordato anche il dolore della verità, quando fu chiaro quello che era accaduto. «Scoprì in quei processi che quel ragazzino me lo avevano bastonato di brutto per mezz’ora e tempestato di calci mentre lui era a terra bloccato. Scoprì una versione ufficiale che non era vera. Andammo avanti con avvocati tenaci e capaci. E arrivò la condanna. La condanna vera. Soprattutto con le parole dei giudici che in tutti e tre i gradi di giudizio non diedero adito a nessun se e nessun ma. Gli atti processuali ci dissero che senza ragione alcuna fu massacrato fino a rompergli il cuore. Perché? Forse non lo sapremo mai. Ma chi lo uccise e forse tanti altri lo sanno».

Anche il sindaco Alan Fabbri ieri è intervenuto in maniera decisa sulla vicenda Aldrovandi che, sul fronte processuale, si è chiusa con la condanna in Cassazione dei quattro poliziotti che causarono la morte del ragazzo appena diciottenne: «In questi giorni ho letto una riflessione che voglio fare mia: la vicenda di Federico è un patrimonio per la nostra città. È una frase molto significativa, che raccoglie il senso di tutto quello che la famiglia, gli amici, la Curva e le associazioni stanno facendo e hanno fatto in questi anni – ha detto Fabbri – Anche se tante volte ci si è scontrati contro un sistema che non voleva ammettere che l’omicidio che è stato compiuto tanti anni fa è stato un atto voluto e violento, con dei colpevoli che devono pagare. Quello che è successo a Federico non doveva succedere e non deve succedere mai più».

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