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Roberto Soffritti, ottant’anni tra segreti, amarcord e progetti futuri

È stato il sindaco più longevo, le confessioni di un ottuagenario

FERRARA. Ottant'anni. Oggi Roberto Soffritti raggiunge un traguardo anagrafico importante, anche al pensiero che è stato per 16 anni, in pratica un quinto della sua vita, sindaco di Ferrara e detiene ancora il record di longevità tra coloro che hanno occupato dal dopoguerra la poltrona più importante e strategica di palazzo municipale. L’occasione è buona per strappare le confessioni di un ottuagenario, spiegare in pratica anche alcuni dei misteri e dei retroscena che hanno contraddistinto gli ultimi decenni del secolo scorso, quando Soffritti era veramente il “padrone” della città. Allora non si muoveva foglia se non c’era il via libera del Duca Rosè (il soprannome - copyright di Enrico Pirondini, primo direttore della Nuova Ferrara - deriva dal fatto che era il comunista rosso, e non solo di capelli, che meglio sapeva rapportarsi con il biancofiore democristiano). Si parla di passato, ma Soffritti pensa anche al futuro e a nuovi progetti. Smarcato ormai da ogni collocazione politica, da tempo è finita anche con il Pdci, il partito che lo aveva portato in Parlamento nel 2006, più libero di agire come battitore libero, l’ex sindaco sta lavorando ancora per Ferrara e avverte: «non sono in disarmo», facendo chiaramente capire che per lui non è ancora tempo di “Villa Arzilla”.
Soffritti, perché lei è stato così vicino alla Dc , e con Cristofori eravate il “gatto e la volpe” della politica ferrarese, mettendo in pratica un vero compromesso storico, antesignano del futuro Pd?
«Nel 1970, alla nascita della Regione fui spedito dal partito a Bologna come funzionario del nuovo ente. E lì ebbi la fortuna di incontrare gente come Fanti, allora presidente, Ferrari, Stefanini. È stato in quell’ambiente che ho appreso l’importanza delle relazioni con gli avversari politici. A Ferrara c’era un clima di muro contro muro verso la Dc, mentre a Bologna, pur rimanendo profondamente distinti i due partiti, c’era più coesione per il bene della città».

Da lì ha esportato il modello bolognese a Ferrara, ancora legata invece ad ambientazioni trinariciute guareschiane anni Cinquanta?
«Proprio così. Ho capito l’importanza di avere interlocutori capaci per fare cose positive per la città, per un bene comune. Così ho visto in Cristofori, allora sottosegretario, ma anche il più stretto collaboratore di Andreotti, la possibilità di un valido alleato per Ferrara. Io restavo comunista, lui democristiano, la netta distinzione anche ideologica rimaneva ben marcata, ci mancherebbe, ma insieme abbiamo portato avanti progetti importanti. Quei primi anni per me furono importanti per affinare strategie politiche e di rapporti».
Progetti come la riqualificazione del perimetro delle Mura estensi?
«Non solo. Le Mura è stato un progetto bello e ben visibile. Ma vorrei sottolineare anche un altro aspetto che riguarda anche il nuovo impianto di potabilizzazione, in grado di garantire la raccolta dell’acqua del Po e la sua distribuzione, con impianti che arrivarono fino ai Lidi comacchiesi. Inoltre c’è la geotermia, ma di questo, se permette, vorrei parlarne più nello specifico dopo. Ma poi le collaborazioni erano continue, sapevo che a Roma potevo contare su uno che come me voleva il bene di Ferrara».
Monet (e i suoi amici) oltre ad Abbado, due nomi che hanno segnato il risveglio culturale di Ferrara durante gli anni del suo lungo mandato. Come è nata questa felice stagione?
«In effetti sono stati fatti passi in avanti sia sul piano espositivo che delle rappresentazioni al teatro Comunale, che negli anni è diventato di fama internazionale. Di questo devo ringraziare Andrea Buzzoni. Fu lui, visti i buonissimi rapporti che aveva con i principali musei d’Europa, che organizzò la mostra di Monet nel 1992 che ebbe un successo clamoroso ed ancora oggi detiene il record di presenze a palazzo Diamanti. Seguirono poi altre rassegne straordinarie che, nel solco di quanto aveva già ben fatto Franco Farina, lanciarono Ferrara e Palazzo Diamanti tra le mete più significative per le esposizioni artistiche in Italia».
E con Abbado come andò invece?
«Devo sempre ringraziare Andrea Buzzoni, anche perché fu lui che mi fece conoscere Alessandra Abbado, figlia del grande direttore d’orchestra Claudio. Un giorno tutti e due vennero nel mio ufficio e quella ragazza mi propose di ospitare la Chamber Orchestra of Europe, che si sarebbe così trasferita da Londra a Ferrara. Fu l’inizio di un legame con il maestro Abbado che proiettò Ferrara ai vertici della musica europea. Mi ricordo che grazie ad accordi presi con il maestro a Vienna, quando dirigeva i “Wiener”. siamo riusciti a portare al Comunale nel 1990 anche i “Berliner”, fu un successo strepitoso e devo dire che Cristofori da Roma, anche in quella occasione, mi diede una grossa mano a trovare gli sponsor. Quella sera c’era anche Gardini ed ho sempre pensato che volesse portare Abbado a Ravenna, ma il Maestro per fortuna scelse Ferrara con un legame duraturo nel tempo».
A proposito di cultura, come vede la situazione a Ferrara ora che in pratica è tutta in mano a Vittorio Sgarbi?
«Ho avuto ed ho tuttora un rapporto di amicizia con Sgarbi. È un uomo che secondo il mio punto di vista darà un contributo importante alla città».
Veniamo alle dolenti noti. C’è chi imputa a lei le principali colpe per aver deciso o accettato di costruire il polo ospedaliero a Cona e non a Ferrara. Cosa ha da dire a sua discolpa?
«Sono state fatte scelte regionali e si dovevano sfruttare i fondi per la costruzione di nuove strutture ospedaliere. Ricordo che mi chiamò l’allora assessore regionale alla sanità Bissoni. La proposta era quella di chiudere gli ospedali di Comacchio, Copparo, Portomaggiore, Argenta e Bondeno. In pratica rimaneva in piedi solo Cento, mentre si dovevano costruire due moderne strutture una per il Basso ferrarese e una per la città che dovesse servire anche gli altri centri importanti rimasti senza ospedale. Vennero fatte anche un paio di proposte, una per esempio a Ferrara nella zona di via Copparo vicino a dove ora c’è il centro commerciale “Le Mura”, ma poi la scelta cadde su Cona, perché meglio servito con la superstrada e più facile da raggiungere dagli altri centri».
Ma perché non raddoppiare il Sant’Anna in corso Giovecca acquisendo anche l’area dismessa dell’ex caserma Pozzuolo del Friuli?
«Occorreva molto più spazio per costruire il nuovo ospedale. Anche se mi rendo conto che ora l’ex area del Sant’Anna, che si trova in pieno centro, andrebbe qualificata e riutilizzata in toto. Lo stanno in parte facendo, ma non basta».
Altra parentesi decisamente non bella fu il Palaspecchi. Come fu possibile l’ingresso di Graci nell’affare, un imprenditore che poi venne arrestato con il conseguente sequestro dell’immobile?
«Il tutto parte dal fallimento della Cei. Per evitare che oltre mille dipendenti perdessero il lavoro si è favorito il passaggio del cantiere alla Società Estensi. Venne approvata la variante al piano regolatore con il vincolo che gli edifici costruiti fossero destinati a finalità pubbliche. Graci arrivò nell’estate di quello stesso anno che venne approvata la variante al Prg e da lì intesi purtroppo che avevamo un bel problemino. Lo ammetto fu un errore. Fu bravo poi il commissario liquidatore a salvaguardare i lavoratori e buona parte dei dipendenti furono assorbiti dalla Coop Costruttori. Il palazzo purtroppo venne abbandonato a se stesso in quanto il Comune bloccò subito il progetto. Le grandi società pubbliche che erano interessate agli spazi del Palaspecchi, hanno poi trovato collocazione nell’area riqualificata di via Maverna e dintorni. Bisogna riconoscere il buon lavoro fatto poi da Tiziano Tagliani e dalla sua giunta per riqualificare quell’area degradata».
Facciamo un passo indietro. Come è diventato sindaco di Ferrara?
«Ero stato assessore in giunta sia con Radames Costa che con Claudio Vecchi, ma nel 1983 ci furono le elezioni politiche e il partito decise di candidare Vecchi al Senato. La scelta del segretario federale, allora c’era Alfredo Sandri, cadde su di me, allora ad eleggere il sindaco era il consiglio comunale. La “colpa”, se vogliamo, è quindi di Sandri, non mia».
Ma perché è durato così a lungo? Ci aveva preso gusto e non voleva più schiodare?
«No, guardi che già nel 1995 non avrei dovuto fare il sindaco. Venni chiamato da Bracciano Lodi segretario provinciale Pds; Antonio La Forgia, segretario regionale Pds e Pier Luigi Bersani allora presidente della Regione Emilia Romagna, che mi chiesero di fare l’assessore regionale. Non potevo farlo perché ero funzionario in Regione per cui l’unica possibilità era dimettermi da quell’incarico e così feci. Ma verso le elezioni amministrative, la federazione ferrarese sentì puzza di bruciato, si temeva una sconfitta elettorale per cui, anche tramite Alfredo Zagatti, il partito mi fece capire che era meglio se mi candidavo a sindaco di Ferrara. E così fui sindaco per altri quattro anno, ma in pratica mi sono dimesso per niente da funzionario regionale. Ho ubbidito al partito come vede anche rimettendoci».
Poi ci fu il fatal 1999...
«Già, dovevo andare al parlamento europeo ma non fui eletto».
Ma perché non gli hanno permesso di fare un altro giro da sindaco?
«Vede, il sindaco eletto dal popolo non era come quello scelto dal partito o dalla coalizione, aveva molto più potere. Così si è deciso di scegliere un altro candidato. Quello ideale sarebbe stato Maurizio Chiarini, ma era sorto un problema con la Sufer per cui la scelta cadde su Gaetano Sateriale. Ed ebbe anche il mio consenso».
La sua esclusione dall’Europa però creo una sorta di guerra civile all’interno dei Ds, tra i nuovi dirigenti che hanno cercato di escluderla e i suoi fedelissimi. È vero ?
«Sta usando una espressione molto forte, ma inquadra bene la situazione. Non mi sono sentito più a casa mia ed ho cercato nuovi stimoli, trovandoli poi nel Pdci».
Negli anni di Tangentopoli, quando venne più volte arrestato anche il presidente della CoopCostruttori, Giovanni Donagaglia, non ebbe paura di essere invischiato in grane giudiziarie? La Costruttori aveva vinto numerosi appalti messi a gara dal Comune di Ferrara...
«Il timore c’era sempre in quegli anni, quando bastava un semplice avviso di garanzia per far crollare una carriera politica. Devo dire che di questo devo ringraziare l’allora direttore generale Pietro Romagnoli, bravissimo, che ha sempre controllato alla perfezione la regolarità di tutte le delibere e ordinanze, e anche la ragioniera capo Caterina Balboni, hanno assicurato la regolarità di tutte le pratiche. Non siamo mai finiti nei guai per fortuna».
La sua amicizia con Donigaglia è rimasta?
«Sì, Donigaglia a mio avviso è una delle persone più oneste che abbia mai conosciuto. Basta dire che era un uomo che dirigeva un colosso di 2.500 dipendenti, una delle tre più grandi imprese a livello di costruzioni in Italia, non si è mai arricchito o tratto benefici, girava da solo tutta l’Italia in macchina perché non voleva caricare la cooperativa dei costi di un autista. La Cassazione alla fine lo ha assolto dal crac della Cooperativa».
Giocando su questo rapporto di amicizia riuscì a convincerlo a prendere la Spal?
«La mia fu una mossa dettata per arginare l’arrivo di Longarini, imprenditore marchigiano molto vicino a Forlani, che già in città aveva portato un quotidiano “La Gazzetta di Ferrara”. Mi sono reso conto che se avesse preso anche la Spal sarebbe diventato molto potente e popolare. Così ho convinto Donigaglia a prendere la squadra, mi sembrava la scelta più giusta per evitare che la gloriosa società sportiva finisse nel dimenticatoio. Devo dire che poi si appassionò alla squadra, ricordo ancora la promozione in serie B».
Anche lei alla domenica poi andava sempre a vedere la Spal. Francamente vendendola in tribuna in quegli anni, mi sembrava che fosse più interessato a conversare con Cristofori, Donigaglia, il procuratore e i notabili della città che non alle giocate dei vari Zamuner e Paramatti. Dico bene?
«Dice bene. Bisognava andare alla Spal. Questo è un insegnamento, ma soprattutto un obbligo che mi ha sempre dato Paolo Mandini, assessore allo sport. Il sindaco di Ferrara, diceva, non può non andare alla Spal. Ma quanto freddo ho preso in quelle domeniche. Il calcio non mi ha mai entusiasmato più di tanto, ma capivo che dovevo esserci. Sono stato anche in trasferta».
E lì in tribuna, quando lei prendeva sottobraccio i suoi interlocutori, nascevano gli equilibri, gli accordi strategici per la città?
«No, erano tutti concentrati sulla partita e devo dirle che un po’ con il tempo mi sono appassionato anch’io, ma senza esagerare».
Tornando alla politica, perché passò al Pdci, lei in fondo non è mai stato un comunista duro e puro, giusto un rosè?
«Fu l’avvocato Tarsitano che mi fece notare che a Ferrara il partito non mi voleva più e che Diliberto mi avrebbe preso molto volentieri. Così accettai l’invito a partecipare a una festa del 1º Maggio e lì conobbi sia Diliberto che Cossutta. Diliberto mantenne quello che mi aveva promesso, mi mise nella segreteria nazionale, feci anche il tesoriere e fui eletto pure in Parlamento, alla Camera dei deputati».
Quell’anno riuscì l’accoppiata ferrarese nel Pdci con Nando Rossi che fu eletto al Senato. Cosa c’è di vero che fu proprio lui, secondo un certo tipo di narrazione, che fece cadere il secondo governo Prodi nel 2008?
«No, non è colpa di Nando se il governo è caduto. Furono altri i fattori, c’era già aria di fronda e non per colpa del Pdci. Sono stati i partiti più centristi a creare problemi. Domandi a Mastella».
Adesso per chi fa il tifo, politicamente parlando?
«Da anni sono fuori dai giochi, seguo comunque con estremo interesse la politica. L’altra settimana ad esempio sono andato al Teatro Nuovo ad ascoltare Renzi, vivo la politica in maniera più distaccata ma non ho perso l’impegno per portare qualcosa di buona per la mia città».
A proposito, qualche volta ho sorpreso lei che andava a trovare in municipio anche l’attuale sindaco leghista Alan Fabbri. Cosa state combinando?
«Voglio così bene a Ferrara che do pure a lui dei consigli».
Ad esempio?
«Voglio che prenda in considerazione molto bene il fattore geotermia che a Ferrara potrebbe dare risultati straordinari sia in termini economici e che ambientali. E devo dire che Fabbri mi ascolta al punto che mi ha assicurato che ne parlerà anche al presidente della Regione Bonaccini».
Soffritti ha riscoperto l’acqua calda?
«Ferrara ha ricevuto tanto benefici in questi anni dalla geotermia. Ricordo ancora quando vennero gli ingeneri di Eni e Agip a cercare idrocarburi nel sottosuolo di Casaglia. Ma scavando dei pozzi invece del petrolio trovarono acqua calda. Bisogna insistere per usare questa energia alternativa al posto del metano. Si immagina come verrebbe eliminato l’inquinamento in città con il teleriscaldamento. In un momento in cui si parla tanto di transazione ecologica, la geotermia potrebbe essere davvero una chiava decisiva per il futuro della città».
E quindi come si sta muovendo?
«Tramite il ministro Patrizio Bianchi, di cui conservo il numero di telefono fin dai tempi del consiglio comunale, ho chiesto di poter incontrare il ministro Cingolani. Consideriamo che il Pnrr mette a disposizione per progetti per la transazione ecologica 80 miliardi a fondo perduto. È un’occasione a mio avviso che la città non può perdere».
Ha interessato della cosa anche Franceschini, l’altro ministro ferrarese al Governo?
«Certo, sono andato a trovarlo a Roma e mi ha promesso un interessamento. Bisogna giocare di squadra se vuoi ottenere qualcosa».
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