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Esche avvelenate, ancora decine di casi nel Ferrarese. Varato il giro di vite: «Indagini rapide»

Oltre seicento episodi in undici anni, cani e gatti le vittime Prefettura, Comuni e Asl: azioni coordinate e informazione

FERRARA. Sono decine all’anno le segnalazioni di esche avvelenate sul territorio provinciale, per buona metà all’interno del comune di Ferrara. Atti che provocano sofferenza e morte agli animali domestici e dolore ai loro padroni, a volte per imperizia di chi maneggia questi veleni, molte altre a seguito di veri e propri atti volontari, comunque perseguibili penalmente. Il giro di vite sui responsabili sta però per arrivare, grazie al coordinamento in fase di attivazione tra istituzioni, forze di polizia, personale sanitario e volontari, che consentirà di organizzare in maniera sistematica gli allerta e coinvolgere maggiormente i cittadini, cioè le prime “antenne” sul territorio.

TRISTE STATISTICA


Il fenomeno delle esche e dei bocconi avvelenati è più diffuso di quanto non si possa immaginare, anche perché non sempre i padroni degli animali vittime di questi atti arriva a denunciare il fatto. «Solo negli ultimi undici anni abbiamo raccolto circa 630 segnalazioni in tutta la provincia - spiega Chiara Berardelli, responsabile del servizio veterinario dell’Asl - che devono poi essere verificate. Si tratta di materiali sospetti tipo appunto esche, oppure carcasse di animali che fanno supporre un avvelenamento. La percentuale di positività di queste segnalazioni è alta, siamo attorno al 40% tenendo conto solo degli ultimi mesi, e nella quasi totalità dei casi si tratta di sostanze chimiche: ratticidi, per lo più, impiegati intenzionalmente o meno». Il risultato è comunque sempre devastante per l’animale che deve ricorrere alle cure veterinarie e non sempre può essere salvato. Nei primi nove mesi di quest’anno ci sono state 17 vittime di avvelenamenti, su 36 casi segnalati, in gran parte cani e gatti ma si registrano anche un riccio, una poiana e un coniglio. La metà dei casi si è verificato nel territorio di Ferrara, la lotta alle nutrie con strumenti sbagliati e pericolosi può aver giocato un ruolo.

Una volta accertato l’avvelenamento, il caso viene segnalato automaticamente alla Procura che avvia indagini: sono pochi, tuttavia, i casi nei quali è stato possibile risalire all’avvelenatore.

GIRO DI VITE

Il protocollo messo a punto dalla Prefettura e in fase di sottoscrizione da parte dei Comuni più coinvolti (a Comacchio la firma più recente, «un nuovo modo, ulteriore, per restituire un territorio più sicuro alla nostra popolazione» ha commentato il sindaco Pierluigi Negri), vale due anni e attribuisce per la prima volta specifici compiti. Toccherà ai Comuni di Ferrara, Comacchio e Portomaggiore, ad esempio, allertare Asl e forze dell’ordine dopo una segnalazione, delimitare e bonificare le aree a rischio. Il Servizio veterinario dell’Asl dovrà tra l’altro gestire le carcasse di animali e le esche, interagire con l’Istituto zooprofilattico e occuparsi della notizia di reato. L’Istituto zooprofilattico di Ferrara, a sua volta, deve effettuare gli accertamenti sulla natura dell’avvelenamento entro 48 ore, scovando nel caso anche la presenza di chiodi, vetri o materiale esplodente. La tempestività delle indagini è ovviamente fondamentale sia per aumentare le chance di rintracciare i responsabili che per evitare il coinvolgimento di altri animali o agli stessi cittadini. Un sopporto fattivo è richiesto ai volontari (il protocollo è stato firmato dall’associazione Lida), anche per le attività d’informazione.

Un passaggio chiave del protocollo è infatti la sensibilizzazione della popolazione. Il tavolo prefettizio di coordinamento ha il compito di monitorare il fenomeno, correggere ed eventualmente potenziare gli interventi e promuovere il piano di comunicazione per la popolazione. I casi vengono raccolti da un portale nazionale.

Stefano Ciervo

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