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«Chi è responsabile non resti impunito»

Gli amici di Yaya: dalla Sicilia trasferito a Bologna poi in città. La vittima era stato ospite della coop “Un mondo di gioia”

FERRARA. «Yaya Yafa? Sì è stato qui fino a qualche mese fa». Sancuba, immigrato dalla Guinea, e Yaya, originario del Gambia, indicano la palazzina dove la coop “Un mondo di gioia” ha sistemato un gruppo di cittadini stranieri inseriti in un programma di accoglienza, in via Modena. Yaya Yafa, l’operaio 22enne morto l’altra notte per un infortunio sul lavoro a Interporto, nell’area del magazzino di Sda, era stato un loro compagno per qualche tempo all’inizio di quest’anno.

A giugno, raccontano i due amici, era uscito dal programma, poi si era trasferito in un appartamento del Grattacielo, dove aveva affittato una stanza. La storia dell’ennesima vittima del lavoro è simile a quella di tanti immigrati che approdano in Italia imbarcandosi sulle rive meridionali del Mediterraneo spesso per sfuggire a situazioni che ne mettono a repentaglio la vita, la sicurezza o la sussistenza. «Yaya era fuggito dal suo Paese - racconta Sancuba – Dopo la morte dei genitori i rapporti col resto della famiglia non erano buoni, così aveva deciso di venire in Europa». Con Sancuba aveva condiviso il viaggio verso Ferrara.


Prima l’approdo a Pantelleria, poi l’ingresso in un centro di accoglienza siciliano e infine il trasferimento a Bologna, da dove i due sono stati trasferiti nel capoluogo estense. Sancuba risiede in città dal 2017. Assieme a Yaya Yafa ha frequentato la Città del Ragazzo, dove ha iniziato ad imparare la lingua. L’unica prospettiva di queste persone, per mantenersi e continuare ad operare nella legalità, è ricevere una forma di assistenza primaria – anche economica, seppur di sussistenza – e avere un’occupazione, saltuaria o no. Yaya Yafa aveva trovato lavoro, precario e discontinuo, in un’azienda florovivaistica della zona est di Ferrara e, da qualche giorno, la mansione di carico e scarico merci nel polo logistico di Interporto. Le imprese insediate nell’area richiedono manodopera che attraggono anche dai distretti confinanti.

Molti lavoratori italiani, spesso stranieri, vengono reclutati tramite le agenzie interinali per svolgere lavori duri, in turni di notte, sottopagati. La denuncia dei sindacati, che chiedono più sicurezza nelle imprese, trova riscontro nei racconti di immigrati ferraresi che hanno lavorato per società insediate nel sito bolognese dove transitano enormi quantità di merci. Lo scorso aprile due cittadini marocchini residenti a Ferrara persero la vita in un incidente stradale avvenuto a Poggio Renatico mentre, di sera, stavano raggiungendo con l’auto l’area di Interporto per prendere servizio.

«Voglio dire una cosa – commenta Sancuba – ora la giustizia deve fare il suo corso e punire chi ha responsabilità per la morte di Yaya». L’amico Yaya che con la vittima condivide il nome, si sofferma sulle condizioni di vita di chi, straniero in città, non riesce a raggiungere un’autonomia perché i fondi per l’immigrazione sono stati tagliati e Ferrara non offre molto lavoro. Koman, originario del Mali, aggiunge: «Molti di noi vanno a Interporto, ma per lavori brevi e se ti fai male ti lasciano a casa. Niente tutele».

Gi.Ca.

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