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Yaya, da bracciante a facchino di notte: «Cercava un lavoro meno precario»

Era iscritto alla Flai Cgil che ora vuole inviare il suo sussidio a moglie e figlio in Africa. Il collega: io a casa con la gamba rotta

FERRARA. Yaya Yafa a 22 anni aveva una moglie e un bimbo di pochi mesi da mantenere, in Guinea Bissau, e dopo la sua tragica morte tre notti fa all’Interporto di Bologna, schiacciato mentre caricava pacchi, si sta cercando almeno di far avere alla sua famiglia i soldi del sussidio di disoccupazione agricola. Sì, perché il giovane facchino era in realtà un bracciante agricolo impiegato in un vivaio del Ferrarese, che assieme ad altre decine di ragazzi stranieri faceva la spola tra Ferrara e Bologna cercando d’imparare un nuovo lavoro, per uscire dalla precarietà e dalla stagionalità degli impieghi in agricoltura. Ora questo gruppo di persone, che lotta quotidianamente tra contratti settimanali e rischio infortuni che li lasciano a casa senza stipendio, forse troverà la forza sull’onda di questa tragedia per uscire dall’ombra e organizzarsi.



Lo conoscevamo

Yafa era un tesserato Flai Cgil. «L’ho conosciuto l’anno scorso, in un volantinaggio per le campagne - racconta Dario Alba, segretario organizzativo dei braccianti di piazza Verdi - Mi aveva colpito, così giovane e un po’ timoroso, aveva un regolare permesso di soggiorno di lungo periodo, dopo la richiesta d’asilo, e così siamo riusciti ad avviare le pratiche per la disoccupazione agricola. Lui, come altri nelle sue condizioni, sono legati alla stagionalità: qualche mese prendi 500 euro, altri 1.200, altri ancora stai a casa». Per questo Yafa ed altri stavano appunto cercando un nuovo lavoro, «mi risulta che continuasse a lavorare in vivaio anche in questo periodo, quando appunto aveva preso servizio all’Interporto» spiega ancora Alba.



Altre storie

Non era certo l’unico in questa condizione di precarietà. Un suo amico 26enne, Mory Sanoh, anche lui richiedente asilo ma dalla Guinea e residente in città dal 2016, racconta una storia molto simile. «Io non sono morto all’Interporto, ma mi sono rotto la gamba durante il lavoro. È successo il 27 agosto e da allora sono a casa senza stipendio né chiamate - è la sua testimonianza - Del resto abbiamo tutti contratti di una settimana, se ci facciamo male il problema è solo nostro. Abito in un appartamento in affitto in città, se tra dieci giorni non pago, mi mandano fuori: ho chiesto i soldi ad un amico ma non potrò andare avanti così. Yaya? L’ho conosciuto nel parco del Grattacielo, tutti sapevamo che il lavoro all’Interporto è pericoloso e a nostro rischio».



Conoscenti, colleghi di lavoro e sindacalisti si stanno ora mobilitando per aiutare la famiglia del deceduto. Cgil, Cisl e Uil di Bologna hanno organizzato una raccolta fondi per il trasporto della salma in patria.

Stefano Ciervo

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