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Omicidio Minguzzi, il generale fra ammissioni e meraviglia

Il caso di Bosco Mesola e il processo in corte d'assise. L’allora comandante dell’Anticrimine: non riuscii a stabilire le giuste connessioni. Il medico legale conferma i tragici dettagli emersi dall’autopsia sul 21enne

RAVENNA. Nella relazione a sua firma consegnata alla Procura un anno dopo il sequestro e l’omicidio di Pier Paolo Minguzzi, scrisse che i responsabili del rapimento del carabiniere di leva 21enne in servizio alla stazione di Bosco Mesola, non potevano essere gli stessi dell’estorsione ai Contarini. Escluse cioé che i due militari di Alfonsine Orazio Tasca e Angelo Del Dotto, e l’idraulico del paese Alfredo Tarroni, avessero a che fare con la morte del ragazzo, figlio della nota famiglia di imprenditori ortofrutticoli della zona di Alfonsine, scomparso il 21 aprile 1987 e trovato morto nel Po di Volano l’1 maggio in località Ca’ Rossa, a Codigoro. Una conclusione, quella firmata dal maggiore Giorgio Tesser, all’epoca comandante dell’Anticrimine di Bologna, che teneva comunque conto delle similitudini tra i due fatti, considerando che proprio i tre erano stati arrestati due mesi dopo l’omicidio di Pier Paolo per le telefonate minatorie ai Contarini, culminate con la sparatoria in cui morì il carabiniere Sebastiano Vetrano.

A 33 anni da quell’informativa, depositata il 18 aprile del 1988, Tesser, oggi 71enne congedatosi dall’Arma con il grado di generale, è stato chiamato a deporre nel processo che vede imputati gli stessi tre individui che lui stesso “scagionò”. Si è detto «meravigliato» che al tempo «non si fosse arrivati a una soluzione diversa, ma non riuscimmo a fare una connessione tra i due eventi».


RAPPORTO CONTROVERSO

Nel documento prodotto dalla Procura alla Corte d’assise, ci sono aspetti che il sostituto procuratore Marilù Gattelli considera «di un certo peso». Il maggiore comunicava gli esiti degli accertamenti affidati alla Scientifica di Roma. Riguardavano i calchi delle impronte trovate nel casolare abbandonato a Ca’ Grande di Vaccolino, dove si ritiene Minguzzi sia stato portato dopo il rapimento: erano compatibili, secondo l’accusa, agli stivaletti neri al cromo riportanti una stella a quattro punte dell’Arma. Il maggiore scrisse di un’indagine estesa agli anfibi in dotazione ai carabinieri, ma per il pm «nessun atto dimostra che furono acquisiti degli stivaletti per un confronto».

È fumosa la valutazione che fece a partire dal chilometraggio dell’auto di Minguzzi, trovata abbandonata ad Alfonsine il giorno dopo il sequestro, suggerendo una comparazione pilifera che in caso di riscontri avrebbe dimostrato che la vittima si era recata nel casolare abbandonato «per ragioni diverse da quelle che hanno portato alla sua morte». Menzionò poi un’agendina di proprietà di Minguzzi, di cui però nessuno – nemmeno il fratello della vittima Giancarlo, né la fidanzata dell’epoca, Sabrina Ravaglia – ricorda l’esistenza.

UN ALTRO “CICCIO”

Gli investigatori dell’Anticrimine si sarebbero dovuti occupare delle intercettazioni delle telefonate estorsive. Seguirono anche le chiamate del sedicente “Alex” ricevute dalla ragazza di Pier Paolo, personaggio che affermava di avere informazioni sul rapimento del 21enne. E qui entra in ballo il “brigadiere Ciccio”, fantomatico agente sotto copertura che all’epoca disse alla Ravaglia di appartenere alla squadra di militari bolognesi, seguendola per tutto il corso delle indagini. Interessato a scoprirne l’identità, il presidente della Corte d’assise Michele Leoni aveva già convocato Francesco Rossi, 73enne ex agente del Sisde (i servizi segreti), che tuttavia ha giurato di non essersi mai occupato del caso.

Ma tra gli uomini del comandante Tesser c’era un altro “Ciccio”. Era il giovane brigadiere Vittorio Di Santo, nell’87 poco più che 20enne, che, parole del teste, non avrebbe dovuto operare in incognito. La Corte ha pertanto deciso di sentirlo nella prossima udienza, nonostante la sua età non coincida con i ricordi della Ravaglia, che ha descritto una persona sulla quarantina.

A che titolo lui e i carabinieri di Tesser intervennero ad Alfonsine? Il presidente lo domanda all’ex comandante, che risponde: «Mi telefonò il generale Pietro Lieto, che comandava la legione carabinieri dell’Emilia Romagna». Il giudice insiste: «Le disse per quale motivo non erano sufficienti quelli di Ravenna?».

Negativo, continua Tesser: «Ma nel caso di infiltrazioni di matrice terroristica capitava». E in quei giorni le piste erano ampie, ha ribadito l’ufficiale. «Sospetti non ne avevo – ha insistito ribattendo alle domande del pm, dubbiose sulla la sua sincerità –. Le pare che sarei rimasto nella Stazione di Alfonsine se avessi avuto sospetti sui carabinieri?».

IL MEDICO LEGALE

Nonostante gli 80 anni compiuti, ricorda con dovizia di particolari le condizioni del cadavere di Pier Paolo Minguzzi, e i dettagli della consulenza che stilò sulla causa della morte del 21enne 34 anni fa. Il dottor Giovanni Pierucci è il medico legale che nell’87 si occupò dell’autopsia, attestando che «l’epoca della morte è più ravvicinata al momento del sequestro», ossia al 21 aprile, dieci giorni prima del ritrovamento del corpo nel Po di Volano. Anche lui è stato sentito davanti alla Corte d’assise di Ravenna.

La causa della morte? «Sicuramente asfissia per strangolamento». Escluso l’annegamento: «Non sono state trovate a livello istologico-polmonare tracce dell’aspirazione di liquido». C’è poi un altro aspetto suggestivo: il laccio con cui il povero Pier Paolo era legato a una grata di ferro, che «indica che la vittima è stata costretta al collo, e questo processo ha lasciato tracce sicure, come infiltrazioni di sangue nei tessuti molli avvenute mentre il soggetto era vivo». Quel nodo da “incaprettamento”, aveva portato il medico a concludere che «sicuramente si trattò di un evento omicidiario».

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