«Gli stabilimenti balneari hanno spese altissime, adesso nessuno comprerà più»

Gli imprenditori in ansia dopo la sentenza del Consiglio di Stato sulle concessioni. I costi più rilevanti: canone demaniale, Iva sulla spiaggia, Imu, salvataggio e rifiuti

LIDO ESTENSI. È un percorso ultradecennale pieno di ostacoli quello che interessa il settore balneare dall’entrata in vigore della direttiva comunitaria Bolkestein sino alla sentenza con cui, martedì sera, il Consiglio di Stato ha sparigliato le carte, fissando al 2023 la scadenza delle concessioni demaniali, già prorogate al 2033.

Il mercato immobiliare degli stabilimenti balneari è in forte sofferenza e del resto «chi vuole acquistare oggi – commenta Luana Guietti, funzionaria della Cesb, cooperativa esercenti balneari dei Lidi Estensi e Spina –, se chiede un finanziamento, l’istituto di credito, non potendo stabilire un’ipoteca sul bagno, perché l’area su cui insiste è sedime demaniale marittimo, chiede una garanzia su altri immobili, a partire dalla casa di proprietà».


i costi di gestione

Ingenti sono i costi di gestione dei Bagni che, secondo la rotta tracciata dal Consiglio di Stato, dal 2023 dovranno finire nel mercato libero con gare ad evidenza pubblica.

Per la sola copertura del servizio obbligatorio di salvamento, la cooperativa dei bagni dei Lidi Estensi e Spina affronta annualmente una spesa di oltre 300mila euro, senza dimenticare che «si paga anche l’Imu, un tributo comunale che oscilla tra i 2mila e i 3mila euro all’anno sul Bagno che è di proprietà – prosegue Luana Guietti, che è anche segretaria nazionale del sindacato di categoria Donnedamare –, mentre l’area di sedime non lo è, in quanto demaniale. Con la situazione attuale non ci sarà nessuno che vorrà comprare, se si tiene conto che un investimento iniziale si ammortizza in 10 anni, ma tra due anni le concessioni demaniali decadranno e potrà arrivare chiunque a rilevarle in sede di gara».

Fatto non trascurabile è, fra le altre cose, l’Iva sulla spiaggia al 22%, contrariamente a quella più abbordabile in altri Paesi europei (dal 6 al 10%): ogni impresa sostiene annualmente dai 20 ai 30mila euro di Iva, spesa concentrata sui mesi estivi.

Il valore commerciale

Ma quale può essere il valore commerciale di uno stabilimento balneare? «Dipende dalle dimensioni, se è stato riqualificato di recente o meno e dal lido in cui si trova, dall’area di ombreggio a disposizione, da attrezzature, chioschi e servizi disponibili – spiega Luca Callegarini, funzionario provinciale di Confesercenti e presidente della cooperativa degli stabilimenti balneari del Lido Volano –; il prezzo di vendita può oscillare dai 250mila ai 600mila euro. Ci sono poi i costi fissi da sostenere, a partire dal canone demaniale, che varia in base alla superficie coperta o scoperta, da 7-8mila euro a 18mila euro all’anno».

«Per lo smaltimento dei rifiuti – prosegue Callegarini – si paga non meno di 15mila euro con l’applicazione di una tariffa tra l’altro già abbattuta del 70%, come previsto dal regolamento di Clara per le attività stagionali».

Oltre al servizio di salvataggio, tra le spese fisse, figurano anche pulizie straordinarie dell’arenile all’inizio e alla fine della stagione, per un importo di circa 10mila euro annui, a carico di ciascun stabilimento. «Ci sono poi uno o due bagnini da terra che al gestore – conclude Callegarini –, costano circa 2mila euro al mese, per non parlare delle utenze. Ho visto bollette dell’acqua da 4mila euro all’anno».

Per finire, da due anni a questa parte, i Bagni si sobbarcano anche i costi aggiuntivi di sanificazione anti Covid-19, «spese non facilmente quantificabili».

Katia Romagnoli

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