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Processo per tortura in carcere a Ferrara. La comandante: «Il medico mi riferì di andare a vedere il detenuto: è una maschera di sangue»

In aula la testimonianza di Annalisa Gadaleta della Polizia penitenziaria.  «Colopi mi denunciò di essere stato picchiato dagli agenti». Tre poliziotti e un'infermiera accusati anche di falsi, calunnia e favoreggiamento

FERRARA. Se non è il primo, è uno dei pochi processi in Italia per il reato di tortura, in carcere. Su un detenuto - ipotesi d’accusa - da parte di tre tra ispettori e agenti di Polizia penitenziaria e, indirettamente anche un’infermiera. Ma come emerso nell’udienza di ieri il processo dovrà valutare prima gli aggettivi usati a riguarda della perquisizione della cella 2, sezione Nuovi Giunti, che ospitava in isolamento Antonio Colopi, in carcere per omicidio, il giorno 30 settembre 2017.

Perquisizione della Polizia penitenziaria al centro del processo, che la procura ritiene essere stata “arbitraria”, poichè non prevista quel giorno. Mentre in aula ieri è emerso, dalla deposizione della comandante della Polizia penitenziaria, Annalisa Gadaleta, che era comunque “anomala”, “inconsueta”, “residuale”, ma “non irregolare”. Ossia, quel giorno tra le 8 e le 8.30 di mattina, i poliziotti decisero autonomamente - lo potevano fare - di perquisire la cella di Colopi. Anche se la stessa Gadaleta ha ribadito essere «un fatto non consueto ma non irregolare».


Accendendo uno dei difensori l’avvocato Alberto Bova che assiste due poliziotti rimasti a processo, Geremia Casullo e Massimo Vertuani, il terzo Pietro Licari ha chiuso in abbreviato con la condanna a tre anni mentre l’infermiera Eva Tonini deve rispondere solo di falsi e favoreggiamento. Bova ha infatti chiesto perchè nel capo di imputazione viene indicata come “arbitraria” quando non lo era, di fatto.

La tesi dell’accusa è che i tre, entrati nella cella di Colopi quella mattina, lo picchiarono, lo fecero denudare, lo ammanettarono e minacciarono. In modo violento e arbitrario, in modo premeditato e punitivo: Colopi era lì in isolamento da due giorni dopo uno scontro con altri agenti, ed essersi poi tagliato un braccio con un vetro. Quell’aggressione è poi diventata il reato di tortura e tanto altro: reati che vanno dalle lesioni ai falsi nelle relazioni, alla calunnia per aver accusato Colopi di resistenza a pubblico ufficiale. La comandante Gadaleta ha ripercorso quella mattina, ricordando che attorno alle 10.15, la dottoressa Sibahj, medico di turno del carcere, quella mattina dopo aver visitato Colopi le telefonò dicendole: «Comandante ha visto il detenuto? Lo veda perchè è una maschera di sangue».

La visita era stata alle 9 del mattino, dopo la perquisizione avvenuta attorno alle 8.20/8.30. «Mi ero allarmata per la frase della dottoressa» ha ricordato la Gadaleta, che però sapeva già dell’aggressione violenta dall’ispettore Casullo alle 9.20, nel suo ufficio: «mi informò che c’era stata una aggressione e mi disse “noi ci siano dovuti difendere”». Gli agenti avevano escoriazioni, occhiali rotti, trovarono in cella un coltellino rudimentale fatto con un lamierino delle bombolette del gas. «Fotografai tutto e dissi ai colleghi di farsi refertare». Poi alle 10.15, la telefonata della dottoressa che la allarmò. Quindi alle 11, la Gadaleta con il direttore del carcere Paolo Malato, ricevettero il detenuto Colopi in ufficio che disse: «Io oggi devo denunciare, mi hanno picchiato in cella». Dunque, i poliziotti sostengono di essere stati aggrediti durante la perquisizione cui Colopi non voleva sottostare, mentre Colopi dice il contrario. Le indagini di procura, polizia penitenziaria e carabinieri gli hanno dato ragione arrivando alle accuse in aula: ora toccherà al tribunale valutare se quella perquisizione fu un atto premeditato o no. Tribunale che ieri ha visionato le immagini di quella mattina riprese dalla telecamere del corridoio della sezione Nuovi giunti. In cui si vedono andare e venire agenti e detenuti, e nessuna immagine della cella 2, dove si trovava Colopi.

D.P.

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