L’alluvione del Po di 70 anni fa: un monito anche per il futuro

Quei giorni tragici pure per Ferrara restano indimenticabili. Da allora rinforzati gli argini e la guardia non va abbassata 

FERRARA. Dagli errori del passato si può trarre insegnamento per evitare di ripeterli in futuro. Si può dire che da quella tragica sera del 14 novembre 1951, quando si verificò la disastrosa alluvione del Polesine, molte cose sono cambiate in meglio, anche se il pericolo delle calamità naturali sarà la sfida dei prossimi decenni, con un problema clima che deve essere al centro di ogni agenda politica.

Sono passati esattamente 70 anni da quei giorni drammatici, raccontanti ancora con angoscia da quanti, allora bambini o ragazzi, hanno vissuto in prima persona la dirompente forza devastante del fiume, che ha seminato morte e distruzione.


Quella data rimane scolpita non solo nel padimetro di Ferrara - quel monumento in corso Martiri della Libertà all’angolo con piazza Savonarola, dove sono incise le grandi piene del fiume nei secoli e dove il record è proprio quello del 1951 - ma anche in tutti i manuali di ingegneria idraulica. Da allora sono stati fatti innumerevoli interventi per rafforzare gli argine del più grande fiume d’Italia, che nel Ferrarese vanno da Stellata a Serravalle, sono state istituite in questi settant’anni vari enti responsabili per il controllo del fiume. Interventi che hanno permesso di reggere le altri grandi piene che si sono succedute nei decenni. In particolare le più insidiose e ancora molti le ricordano sono state quelle del 1994 e quella del 2000, quando si rischiò anche di far saltare il ponte ferroviario per evitare che venisse sradicato dalla forza della corrente. Il fiume non va mai sottovalutato.

A rileggere le cronache di quei giorni balza soprattutto all’occhio, davanti a innumerevoli episodi drammatici scatenati dall’alluvione, anche la grande macchina della solidarietà che si era messa in moto per portare soccorso alle persone colpite dal disastro alluvionale e che aveva come Ferrara il principale campo base per gli aiuti. Non c’era la televisione, le notizie arrivavano con il contagocce dai giornali radio, in quella fase emergenziale ovviamente più tempestivi dei quotidiani, grazie anche all’apporto del pioniere ferrarese della radiofonia amatoriale Franco Moretti, che con la sua attrezzatura contribuì ad aiutare i soccorsi con informazioni in tempo reale. La tragedia dell’alluvione si sparse soprattutto di bocca in bocca nel Ferrarese. Anche in quella circostanza di grave emergenza, così come è successo anche in occasione del recente terremoto del 2012, ci fu un grande slancio di generosità e voglia di aiutare le persone che avevano perso casa, lavoro, bestiame. Molti ferraresi ospitarono nelle loro case parenti e conoscenti che avevano perso tutto nell’altra sponda del Po.

Anche quella, pur nella disgrazia, è stata una grande pagina di solidarietà che risuona forte anche a 70 anni di distanza ed è giusto segnalarla. Uno spirito solidaristico che anche nell’attuale fase emergenziale del covid, diversissima ma sempre emergenziale, invece non sembra emergere. Se il Polesine e la sua gente hanno saputo con determinazione, coraggio e impegno, rialzarsi da quella tragedia, lo si deva alla volontà di ricostruire con l’aiuto di tutti. La stessa cosa che è successa nell’Emilia terremotata, con la gente che si è rimboccata le maniche, accantonando polemiche e divisioni controproducenti, concentrando gli sforzi per costruire e non per demolire. Ecco, questi 70 anni dai tragici fatti del Polesine, devono evidenziare anche questo. Dalle calamità se ne esce uniti, remando nella stessa direzione. Poi ci sarà tempo per eventuali critiche e processi. La storia, leggendola, può insegnare tante cose.

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