Morti, sfollati e danni pesantissimi Così l’acqua spazzò via tutto

Oltre al Grande Fiume anche il Reno quell’anno ruppe gli argini: altri 12mila ettari di terra sommersi

Già dal mattino del 13 novembre del 1951, molta gente si era radunata nel centro di Ferrara perché era arrivata la notizia che il Po avrebbe sicuramente rotto gli argini. Ma non si sapeva dove. Tutti temevano il peggio, perché la notizia della rotta di Bergantino si era dimostrata falsa. Allora molti pensarono che il “Grande Fiume” avrebbe rotto nell’argine destro e non nella sponda sinistra. Tanti guardavano proprio il famosissimo Padimetro, il “testimone epigrafico” delle massime piene del Po che si trovava all’angolo fra corso Martiri della Libertà e piazza Savonarola.

DANNI PESANTISSIMI


Ancor oggi, a questo manufatto che è sotto gli occhi di tutti proprio nel centro di Ferrara, pochi prestano attenzione pur passandogli davanti ogni giorno. Quello non è soltanto un documento murale: è anche lì per ricordarci, attraverso la successione delle grandi piene del fiume, la lotta fra l’uomo e l’acqua che è sempre senza fine. Anche il giorno successivo fu un giorno d’attesa spasmodica a Ferrara; arrivavano tante notizie da Pontelagoscuro ed erano spesso contraddittorie. Al calar della sera, l’atmosfera era angosciosa; però c’era la quasi certezza che il Po avrebbe tracimato nella sponda sinistra, quella del rodigino. Alle 19.45 del 14 novembre in località Paviole nel Comune di Canaro l’argine cedette: nel buio della notte, che era appena iniziata, si sprigionò – quasi fosse un’esplosione – un gigantesco fiotto di melma e acqua: così l’argine cedette in pochi secondi e il fiume con un ruggito inondò i campi già pronti al grano per l’anno successivo. Alle 20, anche a Bosco di Occhiobello il Po aprì un nuovo varco. Poco dopo, nella frazione di Malcantone ancora nel Comune di Occhiobello, ecco un’altra gigantesco rotta. Così un “mare d’acqua” si riversò nel Polesine rodigino.

La quantità abnorme che usciva dalle tre bocche, in poco tempo oltrepassò l’argine della Fossa riversandosi anche nel canal Bianco e mettendo a rischio i due maggiori centri abitati del Polesine, Adria e Rovigo. Adria venne inondata, mentre Rovigo si salvò in quanto. Il bilancio fu tragico: 101 morti, sette dispersi e circa 180mila tra sfollati e senzatetto. I danni materiali furono ingenti: 60 chilometri di argini e oltre 950 chilometri di strade danneggiati o distrutti; 52 ponti crollati o danneggiati; 4.100 abitazioni, 13.800 aziende agricole, 5.000 fabbricati e 2.500 macchinari agricoli distrutti o danneggiati. Inoltre vennero allagati 1.130 chilometri quadrati di terreno agricolo che, a causa delle sabbie depositate dal fiume, non fu coltivato per molto tempo. Oltre a ciò, vennero perduti oltre 16.000 capi di bestiame e 2 milioni di quintali di derrate alimentari. Qualche anno dopo si calcolò che i danni arrivassero a 400 miliardi di lire, corrispondenti ad oltre 7 miliardi di euro odierni.

UN ANNO TREMENDO

Quel 1951 fu veramente un “annus horribilis” anche per il territorio ferrarese, poiché fra gennaio e febbraio di quello stesso anno si ebbero ben tre “rotte” nella sponda sinistra del fiume Reno a Gallo, nel Comune di Poggio Renatico, che portarono ad un allagamento veramente disastroso per l’agricoltura di quella parte del Ferrarese: infatti la terza rottura arginale dell’8 febbraio 1951, con una vasta fuoriuscita dalla precedente falla di gennaio, allagò circa 12.000 ettari della pianura ferrarese, coinvolgendo gli abitati di Poggio Renatico, Coronella, Madonna Boschi, Mirabello, Montalbano, San Bartolomeo in Bosco, Marrara (oltre naturalmente a Gallo). L’acqua arrivò perfino a “lambire” la periferia della città, toccando San Martino e Chiesuol del Fosso. Ecco perché, in quel novembre, la “paura del Po” fu tanto forte, sia a Ferrara sia in tutta la provincia.

Giulio Reggiani

(professore e storico)

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