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Ferrara, carabinieri in quarantena: colpa del corto circuito tra sanitari e protocolli

Al momento negativi i militari dopo i contatti con il pusher arrestato. Fu dimesso dall’ospedale, ma solo dopo si è saputo che era positivo 

FERRARA. I primi tamponi veloci sono negativi, per i 16 carabinieri finiti in quarantena dopo aver avuto i contatti con uno spacciatore, arrestato a Pontelagoscuro dopo aver ingoiato le dosi che stava vendendo, che al momento dell’ingresso in ospedale risultava negativo, mai poi registrato dal tampone in uscita come positivo. Innescando dunque la catena della quarantena, dell’isolamento fiduciario, per tutti i carabinieri che hanno avuto contatti con lui prima, durante dopo l’arresto: tra ieri e oggi, i 16 carabinieri dovranno ripetere quelli molecolari per aver la verifica della negatività o altro.

Mentre per lo stesso detenuto, A.O., 27 anni, ora agli arresti domiciliari in casa propria, anche lui è in isolamento fiduciario, mentre i familiari stessi dovranno loro stessi sottoporsi a tampone, così come l’avvocato difensore d’ufficio del nigeriano stesso, che aveva avuto contatti con i familiari dell’arrestato, la fidanzata e il fratello.


Al momento, tutto sotto controllo, ma la vicenda raccontata ieri dalla Nuova rimette in luce le tante carenze e soprattutto mancati coordinamenti sui protocolli Covid da attuare: il che conferma l’assoluta difficoltà nella gestione dei protocolli Covid nelle situazioni straordinarie vissute da chi come le forze dell’ordine lavora in strada in condizioni border-line. In questo caso, ad esempio, è emerso un colossale corto circuito nella gestione dell’arrestato dalle autorità sanitarie, che da quanto si apprende da più parti era stato dimesso dall’ospedale (dopo aver evacuato le dosi di droga ingoiate), dimissioni decise dal medico di turno del reparto dove si trovava, senza conoscer ancora l’esito del tampone, risultato poi positivo per il nigeriano. Positività di cui i carabinieri sono venuti a conoscenza solo in un secondo momento, dopo aver preso in carico il detenuto per arrestarlo per spaccio e trasferirlo in carcere.

Ma il corto circuito si è amplificato ancor di più al momento della dimissione dal carcere: perchè lunedì scorso, dopo l’udienza di convalida e la decisione degli arresti domiciliari, il detenuto doveva essere trasferito a casa sua. E come raccontava il legale, sorpreso, dal carcere gli avevano chiesto se la compagna del detenuto (positivo) fosse potuta andarlo a prendere in auto o taxi, per portarlo a casa, senza attivare il trasferimento protetto con una ambulanza o altro.

D.P.

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