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Studenti ferraresi “bocciati” ai test Invalsi: «Colpa di Covid e mentalità umanistica»

Tra i presidi c’è anche chi è preoccupato per le famiglie in difficoltà. La dirigente provinciale: priorità recupero apprendimenti

FERRARA. Forse un atteggiamento un po’ rinunciatario, forte della consapevolezza che certe prove sull’esito della valutazione finale avrebbero contato ben poco, forse il target, che in certi istituti coincide proprio con le fasce fragili più colpite dalla pandemia, forse la reattività più lenta all’inevitabile adeguamento tecnologico che ha trovato più e meno pronti a distribuire pc e chiavette internet. Provano a spiegare così i presidi ferraresi, guardando al proprio contesto di riferimento, i dati dell’Atlante dell’infanzia a rischio pubblicato di recente da Save the Children sugli esiti degli ultimi Invalsi delle scuole superiori, con la provincia di Ferrara che con il 7,7% di risultati insufficienti è la peggiore (con un paio di province piemontesi) in tutto il centro nord.

«Sicuramente il covid non ha aiutato – premette la preside dell’Einaudi, Marianna Fornasiero – perché nei nostri piani di miglioramento abbiamo progetti dedicati anche alle prove Invalsi che in questi anni fra lockdown e presenze a singhiozzo non abbiamo potuto svolgere. C’è anche da dire che le prove Invalsi sono strutturate uguali per tutte le tipologie di istituti tecnici e questo nella comparazione sulle prove di matematica, per esempio, penalizza un po’ il nostro istituto di grafica e comunicazione rispetto ad un istituto tecnico tecnologico o informatico: è evidente che i nostri studenti hanno una forma mentis artistica e più propensa all’area umanistica». E comunque è meglio confrontarsi con i dati italiani (in questo caso la percentuale è al 10%) piuttosto che guardare al centro nord, a Lombardia, Piemonte o Trentino «che sono sempre state un po’ più avanti rispetto alla preparazione – dice Fornasiero – con tanti progetti in essere anche con le università che servono molto. Ma anche Unife si sta muovendo in questa direzione».


I dati preoccupano ma non sorprendono il preside del Vergani Navarra, Massimiliano Urbinati: «Ne avevo sentore, il problema è legato alla pandemia e al target della scuola. Soprattutto nella scuola tecnica e professionale abbiamo una provenienza di famiglie con un livello socio culturale più basso, ci sono gli alunni stranieri, gli alunni con disturbi dell’apprendimento, e sono proprio queste famiglie che più hanno risentito della pandemia».

Per la dirigente scolastica del liceo Carducci, Lia Bazzanini, la spiegazione sta nell’atteggiamento “rinunciatario” degli studenti che «trovavano assurdo che il rientro coincidesse con il test e sapendo che non avrebbe avuto peso nella valutazione finale hanno prestato poca attenzione».

Sui dati emersi l’attenzione però è alta, assicura la dirigente dell’ufficio scolastico provinciale, Veronica Tomaselli: «Il recupero degli apprendimenti è la priorità di questo anno scolastico e so per certo che le scuole si stanno adoperando. Ci auguriamo che questi risultati possano rimanere limitati all’anno passato, risultato di due anni di pandemia».

C’è poi anche un altro dato relativo a Ferrara fra quelli dell’Atlante, anche questo non troppo incoraggiante: la percentuale di minori di famiglie meno abbienti a fine terza media che non raggiungono il livello minimo di sufficienza in italiano (28,8%) e in matematica (32,4%), dati poco sotto la media italiana. Dati che la dirigente della De Pisis, Maria Gaiani, attribuisce al Covid, «che ha inciso molto», pur non riscontrando poi un peggioramento rispetto al passato nei “propri” alunni: «Abbiamo attivato subito le procedure per consentire a tutti di connettersi e per fortuna noi avevamo una metodologia digitale abbastanza diffusa, e lavorare a distanza è quindi stato più semplice».

Giovanna Corrieri

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