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Collaboratori di giustizia in aula: vendette e ricatti tra agenti nel carcere di Ferrara

Un ispettore accusato di aver fatto rubare e bruciare l’auto del vicecomandante. E concussione ai detenuti per le sigarette. Il tribunale sbotta: accuse generiche 

Daniele Predieri

FERRARA. Rispondono, confermano quanto segnalato e denunciato ai vertici del carcere, ma quando vanno in contraddizione, dicono di non ricordare. Lo fanno parlando da dietro un paravento (vedi la foto a fianco), lo schermo che li nasconde, dentro l’aula del tribunale, dagli occhi di tutti i presenti: uno alla volta si siedono davanti ai giudici del tribunale, in tutto sono cinque i collaboratori, detenuti in carcere a Ferrara nell’apposito reparto specializzato


L’immagine del processo in corso in tribunale è questa e vede protagonisti-testimoni i collaboratori di giustizia sulle vendette, i veleni, i ricatti in carcere che negli anni scorsi, secondo le accuse, si innescarono tra il vicecomandante della Polizia penitenziaria Valentino Bolognesi – oggi parte civile nel processo – e un ispettore, Cristiano Valentino, imputato di aver ordinato e fatto rubare l’auto del vicecomandante e addirittura aver chiesto ad un detenuto, in permesso all’esterno, di bruciargliene una seconda (non accaduto, da qui solo la istigazione). Fatti, secondo la pm Isabella Cavallari che ha voluto il processo, contestati tra il 2015 e il 2019.

Processo e veleni che, spiegano addetti ai lavori in modo diretto, sono frutto delle faide interne tra agenti di Polizia penitenziaria. E poi dei contrasti tra Bolognesi e Valentino. E quindi di discussioni e dialoghi ad alta voce ascoltati dai collaboratori di giustizia, nei vari reparti, e fatti loro, costruendone le accuse che ieri uno dopo l’altro hanno confermato tra i “non ricordo” e tante contraddizioni. Accuse che la difesa dell’ispettore, l’avvocato Denis Lovison, ribalta: «Sono ricostruzioni assolutamente prive di fondamento». Perché i collaboratori di giustizia sono sì testimoni– accusatori di rimbalzo, dai lori racconti nati dai colloqui carpiti in cui si parlava dell’auto rubata, dell’altra da bruciare e «fare di tutto per rovinare Bolognesi». Ma oltre veleni e vendette – presunti, il processo deve provarli – però i collaboratori accusano direttamente di concussione l’ispettore: e che concussione! Ricatti a loro imposti per poche sigarette (4 o 5 alla volta), un pacchetto al più ogni volta che tornavano dal permesso, o il “pizzo” di 100 euro ogni volta che arrivano i pacchi per un detenuto (fatto smentito da un altro ispettore). Tutto vergato nei capi di imputazione, non chiari. Tanto da accendere ieri mattina in aula la reazione del presidente del tribunale, Piera Tassoni che rivolta alla pubblica accusa ha sottolineato il dubbio sulle imputazioni sottolineando che «tutti i giorni siamo di fronte a queste imputazioni generiche», avallate tra l’altro anche dai gip all’udienza preliminare. E sferzante: «voi fate bene il vostro mestiere, che noi facciamo il nostro». Tensioni anche alle domande non adeguate della difesa: «Imparate a fare le domande, come facevano i professori che vi interrogavano a scuola». E allora ieri sera in zona Cesarini, la pm Cavallari ha modificato i capi di imputazione (specificando le targhe delle due diverse auto) e soprattutto la concussione, proponendo in alternativa il reato attenuato di induzione. Sullo sfondo di tutto il mondo del carcere cittadino, da mesi, in diversi processi, analizzato con indagini e contestazioni confuse. Lo conferma uno dei collaboratori, ripreso per una contraddizione, giustificandosi: «sono confuso». E la presidente Tassoni, caustica ma realista: «Lo siamo anche noi».

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