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«La Arquà fuori dal consiglio», ecco perchè i guidici del Tar hanno respinto il suo ricorso

Confermate le dimissioni, poi ritirate. «L’atto che firmò è inequivoco, pur concitata era responsabile di ciò che faceva». E la firma in strada? «Procedimento atipico ma rispettoso delle norme». Il vicesindaco: surreale volesse tornare in aula. I legali della Arquà: valutiamo ricorso al Consiglio di Stato, la questione è giuridica non ha nulla di politico

FERRARA. «Una persona che ha mandato a me, per mesi, decine di lettere decine di minacce con proiettili non può e non potrà più partecipare ad un consiglio comunale: questa volta giustizia è fatta»: traduce per tutti Nicola Lodi, vicesindaco, vittima di quelle lettere e di quei proiettili inviati dalla sua ex braccio destro Rossella Arquà, consigliere Lega nonché segretaria amministrativa e tanto altro del partito a Ferrara. Lodi traduce la sentenza, depositata e notificata ieri mattina, dei giudici del Tar (il tribunale amministrativo di Bologna) che hanno bocciato la richiesta della Arquà di poter rientrare nei ranghi del consiglio comunale, dopo aver firmato le sue dimissioni per essere stata travolta dalle indagini sulle minacce a Lodi che ora rischiano di crearle non pochi problemi giudiziari.

Una vicenda durata mesi che venne scoperta dagli ispettori della Digos che poi indagarono per minacce aggravate appunto la stessa Arquà. Poi, lei venne consigliata e costretta a presentare le dimissioni dal consiglio comunale ma in seguito con una brusca retromarcia aveva sostenuto che quelle dimissioni le fossero state imposte in un momento in cui non era certo lucida e responsabile per poterle firmare. Forte di questa convinzione, l’Arquà aveva, coi suoi legali – studio Anselmo/Gaiani – impugnato la delibera del consiglio comunale che la faceva decadere e al suo posto nominava Stefano Franchini davanti al Tar. Che si è pronunciato ieri mattina. Le dimissioni? «Il contenuto dell’atto è inequivoco sull’intenzione di congedarsi definitivamente dal ruolo ricoperto». Aveva la volontà di firmare? «Non risulta aver firmato la lettera di dimissioni in modo non consapevole». E soprattutto «il suo stato di concitazione (lei si era giustificata così, ndr) non esclude la libertà di autodeterminazione ne l’assunzione di paternità e responsabilità con la firma apposta». E quella firma raccolta, nei pressi delle Poste, per strada, dal segretario Giuseppe Milone e dal presidente del consiglio comunale Lorenzo Poltronieri? «La pur atipica sequenza (della procedura seguita, ndr) appare nella sostanza rispettosa delle norme e delle garanzie di procedimento». E tutti i rilievi, le violazioni alle norme, prima, durante e dopo quella firma fuori dagli uffici del consiglio? Per i giudici «in buona sostanza le dimissioni hanno avuto come destinatario il consiglio comunale, sottoscritte nelle mani del presidente (Poltronieri) che ne ha curato la tempestiva protocollazione».


Caso chiuso? Niente affatto, spiegano i legali della Arquà, Fabio Anselmo e Carlotta Gaiani: «Stiamo valutando di ricorrere al Consiglio di Stato, poiché la questione è tutt’altro che definita nei suoi molteplici aspetti», spiegano smorzando toni e parole di sindaco Fabbri e vicesindaco Lodi che criticano «l’ennesima battaglia giudiziaria degli avvocati di area Pd che cercano di ostacolare il nostro operato, facendo perdere tempo ai magistrati e soldi ai cittadini». Anselmo e Gaiani replicano che la «questione è giuridica, non ha nulla di politico» che il caso «meritava vaglio e attenzione del Tar», che i giudici hanno «aperto la strada interpretativa non contemplata dalle norme, che non ci convince». Insomma, il caso è eccezionale, c’è un vuoto normativo, il Tar ha deciso così, chissà cosa farà il Consiglio di Stato.

Daniele Predieri

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