Contenuto riservato agli abbonati

Anni fa la richiesta di riscatto a un giudice, e agli avvocati in bitcoin. E c'è anche chi ha pagato

Ecco i precedenti in città e tribunale degli attacchi informatici: in un caso dopo la richiesta, c'è anche chi sottostò al ricatto informatico                                 

Ferrara.  Fa notizia, l’attacco informatico al sistema di Palazzo di giustizia. Ma non è la prima volta che gli hacker attaccano tribunale e studi legali o di liberi professionisti in città.

E in tutti precedenti raccolti dalla Nuova Ferrara in questi giorni, la differenza con quello più attuale è dovuta alla richiesta di riscatto che venne fatta in quelle diverse occasioni.

Nel 2016, un attacco hacker, molto contenuto in una sola postazione di un giudice del tribunale penale, bloccò i file personali del giudice stesso e venne inoltrata la richiesta di riscatto: ovviamente nessuno pagò, e da quanto si apprende, tempo dopo il cryptolocker sparì consentendo l’apertura dei file in precedenza bloccati.

Stessa richiesta di riscatto, ma in bitcoin, arrivò ad una studio legale importante della città e anche in questo caso nessun si piegò alla richiesta degli hacker di turno. Ben diversamente invece è andata in un altro caso che rimbalzava ieri mattina nei corridoi giudiziari, di una persona – un libero professionista – che arrivò a pagarlo il riscatto richiesto dagli hacker di turno con il ransomware che era stato installato nel computer.

È bene ribadire, dunque, dire che occorre fare molta attenzione a questa tipologia di virus, che i tecnici riconduco alla classificazione di trojan, che quando si collocano nei sistemi, nei dispositivi e financo cellulari (spesso per indagini di polizia) fanno razzia di tutto ciò che è contenuto nella memoria, di contatti, file, documenti, movimenti.

La parola d’ordine dei tecnici, comunque, è una sola: non pagare assolutamente nessun riscatto, interpellare subito tecnici specializzati in virus, per verificare la possibilità di isolarlo e toglierlo dal sistema.