A cosa serve l'informazione

L'editoriale del direttore della Nuova Ferrara, Giacomo Bedeschi

«No, per favore, non dite a mia madre che faccio il giornalista, lei è convinta che suoni il pianoforte in un bordello». La frase, attribuita a quanto pare a torto al grande Mark Twain, la dice lunga su come nei secoli sia stata percepita un’intera categoria. A ragione? Ahinoi, a volte sì. Eppure, nonostante qualche scivolone, credo che i tempi attuali abbiano messo in luce una cosa: che è sempre meglio un’informazione professionale, regolata da norme deontologiche, verificata, rispetto a una improvvisata, casalinga e spesso incline al complottismo. Non c ’era bisogno di prove per capire la bontà di questa tesi ma, qualche giorno fa, mi sono imbattuto sui social in un surreale dibattito germogliato da un falso clamoroso. Protagonista, il regista Ken Loach. La notizia: Loach ha rifiutato il premio al Festival di Torino, in polemica per i lavoratori licenziati. Accidenti, che bomba. Già. Peccato che la faccenda risalga a nove anni fa. Bastava una verifica rapida per svelare il bluff, ma una marea di commentatori si è comunque esibita riuscendo persino a collegare l’episodio in questione con il disastro della pandemia e le restrizioni associate. Siamo un popolo fantastico. Critichiamo l’informazione verificata e perdiamo tempo bighellonando dietro a quella fai da te. È anche per questo modo capovolto di comportarsi che si continuano a ingrassare file di creduloni nemici della verità. Gente pronta a correre dal naturopata per curare il Covid con lo zenzero o, come accade a Modena, a organizzare un party dove l’imperativo è baciarsi sperando di contagiarsi, convinti che tanto è solo un’influenza e il Green pass arriverà così senza bisogno di vaccino. Intanto gli ospedali tornano a riempirsi e all’orizzonte riappare lo spettro delle restrizioni. Pensateci bene, a questo punto non è solo colpa del Covid se ancora siamo in questo pasticcio. La colpa è anche di chi preferisce le bufale alla verità. Di chi ancora preferisce il pianoforte di un bordello ai giornali.