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«Devi essere musulmana», il padre arrestato, il fratello non può avvicinarla

La figlia 18enne fatta sposare in Marocco e minacciata di morte perché voleva vivere da sola, a Ferrara, senza le regole dell’Islam: segregata in cantina a pane e acqua, terrorizzat.  "Se li denuncio mi uccidono" ha detto alla Polizia

Daniele Predieri

Costretta a sposarsi in Marocco, con parenti del padre. Segregata in casa in Marocco, obbligata a mangiare pane e olio e fare la sguattera. Scappata e tornata in Italia, nel Bolognese dove abitava con la famiglia, padre e fratello la rinchiudevano in cantina, per giorni, legata mani e piedi ad una sedia: «Così questa sarà la tua tomba». Per anni, da quando ne aveva 14, Amina (nome inventato) voleva solo la sua libertà, essere una ragazza come tante altre qui tra Bologna e Ferrara, dove studiava e voleva diventare estetista, poi, una volta maggiorenne, esser donna, come tante sue coetanee: andare a ballare, vivere la sua vita senza dogmi, divieti, ricatti religiosi o familiari. Invece, Amina, non poteva far più nulla: viveva con l’incubo del padre e del fratello, e una volta trovato il coraggio di denunciarli, denunciare ciò che aveva subito, raccontando tutto alla Squadra mobile di Ferrara vincendo la paura («Se li denuncio, mi uccidono»), ha fatto arrestare il padre e obbligato il fratello a starle lontana.


Voleva vivere

Eccola, allora, un’altra storia tutta emiliana, come quella di Saman, la ragazza pakistana sparita e probabilmente uccisa dalla sua famiglia, a Novellara, l’estate scorsa, perché voleva vivere all’occidentale. Un’altra storia alle porte di casa nostra, una possibile tragedia che gli ispettori – uomini e donne – e il dirigente della squadra mobile con il supporto dei magistrati bolognesi, sono riusciti ad evitare.

Così, il padre 56enne è adesso in carcere a Modena e il fratello 32enne non può avvicinarsi a lei: perché le vietavano tutto, di vivere all’occidentale come voleva lei, abitando fuori casa con un lavoro a Ferrara, inseguendo il sogno di diventare estetista. Amina pagava cara questa sua richiesta di libertà, da quando aveva 14 anni, con sequestri di persona, minacce di morte, botte e appunto maltrattamenti di ogni tipo. La storia di Amina è venuta alla luce nella sera del 26 novembre scorso quando la ragazza aveva chiesto aiuto ad una volante della Polizia, poiché trovandosi a Ferrara temeva che il padre venisse a prenderla dopo averla rintracciata nelle vie del centro e minacciata di morte. Subito la ragazza ha riferito che tutto accadeva perché non voleva seguire la religione musulmana, né regole e precetti. Per questo il padre le aveva impedito di continuare la scuola, qui a Ferrara, ma diventata maggiorenne lo scorso anno aveva deciso di andarsene di casa, trovando lavoro come cameriera a Ferrara, prendendo casa con amici e cercando di emanciparsi e diventare autonoma. Ma padre e fratello l’avevano cercata, trovata per riportarla a casa. Poi, dall’incontro con la Squadra mobile la ragazza ha raccontato il suo inferno: dei soprusi del padre dall’età di 14 anni in poi, che voleva diventasse musulmana e seguire la religione islamica, dandola in sposa al cugino: anni – così ha raccontato in audizione protetta con psicologa – di violenze fisiche e psicologiche che la portavano a tentare il suicidio nel giugno scorso.

E ancora, andando indietro nel tempo, al 2018, venne portata in Marocco per il matrimonio col cugino di 32 anni; un anno prima, la chiusero a chiave in cantina, per due giorni legata mani e piedi ad una sedia con quella minaccia: «questa sarà la tua tomba».

Padre e fratello ora debbono rispondere di maltrattamenti, minacce gravi e sequestro di persona: da domani le udienze davanti ai magistrati.

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