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Ferrara, no vax pentiti o irriducibili: «Nessun grazie, non volevo salvarmi»

Degenti in Pneumo e Terapia Intensiva: i più cambiano idea e poi consigliano il vaccino, altri restano diffidenti fino alla fine 

FERRARA. La maggior parte, provata dalla fame di aria e da lunghi periodi di sofferenza condivisa, finisce per rivedere le sue posizioni e di consigliare anzi a familiari e amici di andare a vaccinarsi. Poi ci sono i no vax irriducibili, quelli che usciti dalla Terapia intensiva, presi per i capelli, al posto della gratitudine per cure e assistenza ricevuti hanno parole sprezzanti per medici e infermieri, perché “non volevano essere salvati e non hanno motivi per cui ringraziare”.

RIOTTOSI E PENTITI

«È successo anche questo, anche se sono casi abbastanza rari – spiega il professor Carlo Alberto Volta, direttore dell’Unità operativa di terapia intensiva del Sant’Anna – Più spesso accade il contrario: pazienti che inizialmente avevano un atteggiamento oppositivo, nel corso o al termine della degenza, dopo aver sperimentato cos’è il Covid e come coinvolge l’organismo, ammettono di aver sbagliato a non immunizzarsi, e che consiglieranno parenti e amici a farlo. Altri mantengono l’insofferenza e la diffidenza verso le terapie e la scienza ufficiale, e vorrebbero essere dimessi anche se faticano a respirare. Noi non possiamo far altro che continuare a fare il nostro dovere di medici e curare al meglio tutti i degenti, vaccinati e no».

Di pazienti no vax riottosi se ne incontravano di più in passato, interviene il professor Alberto Papi, direttore della Pneumologia ospedaliera del Sant’Anna, il primo reparto Covid ad aprire nel marzo 2020 e mai chiuso da allora. Non comportamenti aggressivi, specifica, ma «una difficoltà a collaborare, un atteggiamento di resistenza, sfiducia e messa in dubbio della nostra buona fede che ha creato problemi di tipo relazionale».

Comportamenti che spesso si smussano durante il ricovero, nel rapporto quotidiano con gli operatori: «Ci siamo confrontati più volte, tra di noi, per arrivare a una sorta di “protocollo non scritto” su come affrontare queste situazioni. E la soluzione vincente è non tirarci mai indietro, essere costanti e soprattutto presenti. I nostri ricoverati devono essere ventilati o ricevere alti flussi di ossigeno, Pneumologia è l’ultima “stazione” prima di finire in Terapia intensiva, spesso intubati. Sono pazienti che necessitano di assistenza per i bisogni vitali, come bere e mangiare. E quando hanno bisogno, noi ci siamo. Nella gran parte dei casi questo finisce per vincere resistenza e diffidenza, ma quando la cosa non ha funzionato, sfiducia e non collaborazione sono continuate durante tutto il ricovero, in qualunque modo sia finito. Attualmente però, degenti “ostili” non ce ne sono, nemmeno uno».

Con l’impennata di contagi delle ultime settimane anche la tipologia dei ricoverati ha subito qualche modifica, inevitabilmente: «Rispetto a un mese fa – sottolinea il professor Papi – la situazione è diversa; allora quasi tutti i ricoverati erano non vaccinati, ma con l’aumento della diffusione di positivi cominciamo a vedere anche vaccinati; sono anziani e pazienti fragili con comorbilità cardiache, renali, metaboliche o con altri fattori di rischio come l’obesità. Tra i non vaccinati prevalgono persone sane e molto più giovani, in media 15-20 anni di meno. Al momento i rapporto è 50 e 50, ma con il 90% di vaccinati non è in ogni caso una proporzione equiparabile».

GRIDO DI DOLORE

Anche in Terapia Intensiva, conferma il professor Volta, «al momento ci sono due persone vaccinate, mentre prima dell’aumento dei contagi i degenti erano tutti no vax. Questi ultimi appartengono a una popolazione più giovane, di età compresa tra i 30 e i 50 anni e senza altri particolari problemi di salute. I vaccinati sono più anziani e soffrono di una serie di altre patologie gravi non connesse al Covid». Ai ricoverati in Terapia intensiva, continua il direttore dell’Unità operativa – non basta la somministrazione di ossigeno, «c’è bisogno di macchine che aiutano a respirare, in modo invasivo o non invasivo. Per la respirazione non fisiologica e non invasiva, se c’è comprensione e adattamento da parte del paziente, bene, ma con un atteggiamento contrario le cose si complicano».

Ed essere visti non come portatori di cure e assistenza ma come “nemici” è un cortocircuito arduo da gestire: «Da parte dei medici c’è difficoltà a comprendere questo tipo di ostilità, e al tempo stesso avvertiamo un grido di dolore per tutti i pazienti non Covid, che hanno bisogno di cure per patologie gravi e non per una scelta personale, e che scontano la carenza di letti. E non va trascurato l’aspetto economico: un ricovero in Intensiva costa 3mila euro al giorno. Al momento la Terapia Intensiva non Covid conta sei posti, tutti occupati. In caso di necessità, interviene la rete regionale, che è un’eccellenza: nessun paziente viene lasciato solo».

Alessandra Mura

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