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È morto Luigi Negri, vescovo emerito che ha segnato un’epoca

Ai fedeli ferraresi chiedeva impegno sociale e non solo carità e preghiere. I suoi timori che l’egemonia del laicismo cancellasse la tradizione cristiana

FERRARA. Aveva da poco compiuto 80 anni. Monsignor Luigi Negri, arcivescovo di Ferrara-Comacchio dal 2013 al 2017, è morto l’ultimo giorno del 2021 a Cesano Boscone. Gli amici ferraresi, con i quali era rimasto in stretto contatto in questi anni, parlano di un progressivo aggravarsi delle sue condizioni di salute, in un quadro clinico compromesso per alcune settimane anche dal covid, nonostante fosse vaccinato e poi guarito. La sua morte è stata accolta con dolore nella diocesi di Ferrara e nelle chiese ferraresi si è pregato in suffragio.

Nei quattro anni, in cui è stato arcivescovo della diocesi di Ferrara-Comacchio, monsignor Negri non ha mancato di far sentire la sua voce, spesso sferzante, innescando anche una serie di polemiche che hanno fatto epoca. Non ha avuto paura di difendere anche con durezza i valori della Chiesa, il suo obiettivo era quello di evitare che la tradizione cristiana soccombesse sotto i colpi del relativismo e di un certo modello laicista. I valori “non negoziabili” vedevano in monsignor Negri uno strenuo difensore anche in campo nazionale. Era arrivato a Ferrara appena dieci giorni prima l’elezione di Papa Francesco e quel conclave certo ha complicato l’azione del vescovo ancorata al pensiero più conservatore di Papa Benedetto XVI, che citava a ogni piè sospinto, piuttosto che a sostegno della nuova linea della Chiesa, indirizzata dal Pontefice venuto da Buenos Aires. Nonostante il vento della Chiesa fosse cambiato così repentinamente in quel 2013, bisogna dare atto al vescovo Negri di essere stato sempre coerente con le sue posizioni. Preferiva spesso usare la clava piuttosto che il fioretto per esporre le proprie idee, paladino di una chiesa militante alla quale chiedeva non solo carità e preghiere.

È giusto riportare in queste occasione, al di là dei commenti e delle reazioni pro e contro il suo ministero sicuramente non anonimo, quello che lui stesso definì la sua esperienza episcopale a Ferrara e Comacchio, come affermò in un’intervista alla Nuova Ferrara, il 26 novembre 2016, il giorno in cui rassegnò le dimissioni per il compimento del 75º anno di età. «Il mio - rispose in quella circostanza - è stato soprattutto un tentativo intenso ed appassionato di dare una identità ad un popolo che aveva attenuato molto la sua azione, limitando la propria presenza esclusivamente agli spazi e agli ambiti religiosi. Su alcuni temi c’era un grave silenzio. Mentre io credo di aver favorito una ripresa di coscienza, con una capacità di presenza nella società, intervenendo sia nella valutazione dei problemi, sia nella indicazione delle soluzioni. Non si tratta di un progetto egemonico sulla società, ma della necessità di aver voce contrastando l’egemonia del laicismo che vorrebbe cancellare la tradizione cristiana».

È stato un grandissimo uomo di fede. Molti hanno anche interpretato questa sua azione pastorale in qualcosa di politico, probabilmente lo stesso equivoco di chi oggi, a parti e fazioni inverse, critica il suo successore Gian Carlo Perego.