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Ferrara, vaccinatori al lavoro anche i giorni di festa: «Scelta convinta, felici di aiutare la comunità»

Il primo dell'anno 500 dosi alla Fiera. Medici e infermieri: «Unica amarezza non vedere riconosciuto il nostro impegno. E che lotta con i no vax e i loro legali» 

FERRARA. Il giorno prima il turno di notte in ospedale, il giorno dopo in Fiera per le vaccinazioni, senza sentire il peso del lavoro nemmeno nei giorni di festa.

I medici e gli infermieri che anche ieri erano alle prese con la somministrazione di dosi all’hub di Ferrara (500 quelle effettuate ieri) la chiamano semplicemente “deformazione professionale”. Come quella di Nicolò Fabbri, assunto dall’Asl come chirurgo generale contemporaneamente allo scoppio della pandemia, a marzo 2020, e da allora sempre in “doppio servizio”. «La fatica non ce l’ho – raccontava il primo dell’anno fra un’anamnesi e l’altra – avendo un background chirurgico sono abituato alla reperibilità. La cosa che mi fa piacere è vedere che nonostante la festività le persone sono comunque venute: significa che la maggioranza di loro ha preso sul serio il problema». E non si avvertono “pesi aggiuntivi” quando nei ricordi c’è «l’impatto forte dell’inizio, quando sono andato per la prima volta in terapia intensiva sui primi covid, su cui non si sapeva nulla, intubati...tutto quello che non si conosce spaventa di più. Non so quanto andrà avanti ma fino a che c’è bisogno ci sono, soprattutto nella zona sud est, la più difficile da coprire». Già impegnato infatti anche per l’Epifania.


E ieri in Fiera a somministrare dosi c’era anche Lorena Notaristefano, laureata a novembre in infermieristica e a dicembre già all’opera: «per me è stato bellissimo essere subito chiamata per andare a lavorare e qui è un bell’ambiente, nonostante sia molto faticoso. È dura fare anche più di 2mila vaccini al giorno ma vuol dire che la gente ha capito che è importante vaccinarsi. In più avevo messo in conto di lavorare anche nelle feste quando mi sono iscritta a infermieristica, ma sono entusiasta del mio lavoro e lo faccio volentieri».

«Non sentiamo la fatica, è il nostro lavoro, e quando c’è affluenza per noi è positivo», dicevano anche le infermiere Arianna Procino e Francesca De Cristofaro, in Fiera da febbraio, poco dopo essersi laureate: «abbiamo praticamente aperto la Fiera e speriamo anche di chiuderla prima o poi». Fra i loro ricordi peggiori le “visite’’ di «no vax e avvocati: era una lotta continua quel periodo». Federica Lombardo, medico specializzando, ci aggiunge anche «la diffidenza della gente: è la cosa più difficile. Noi dobbiamo spiegare, rassicurare, fornire le informazioni giuste, ma a volte si fallisce. E non essere riconosciuti per il lavoro che si fa è l’amarezza maggiore». Nonostante tutto «lavorare qua mi piace e quando non sono di turno in ospedale dò il mio contributo: è un impegno ma si fa per uno scopo comune. È un periodo di sacrifici per tutti, per il riposo ci sarà tempo: quando si prende un impegno si mantiene, qualsiasi festa ci sia. È pesante ma ci si accorda con i colleghi per i turni». «Turni che sono importanti ma cerchiamo di aiutarci» diceva l’infermiera Lucia Borrelli. Che fra gli aspetti negativi sottolinea «il non rispetto da parte degli utenti e il porsi con arroganza per le eventuali attese», oltre a qualche richiesta “provocatoria’’ sui vaccini.

Giovanna Corrieri

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