Sei anni fa il dramma del poligono di tiro Tre morti, quattro feriti e dolore senza fine

La struttura andò a fuoco: persero la vita Lorenzo Chiccoli di 73 anni, Paolo Masieri di 47 anni e Maurizio Neri di 66 anni

Annarita Bova

PORTOMAGGIORE. Era il 10 gennaio del 2016 quando il paese di Portomaggiore fu sconvolto da una tragedia che ancora oggi sembra inspiegabile. Alle 9.30 di una gelida mattina, in via Cattaneo, in pieno centro della cittadina, il poligono di tiro andò a fuoco. In quell’inferno persero la vita tre persone: Lorenzo Chiccoli, 73 anni, pensionato e cacciatore di Masi San Giacomo; Paolo Masieri, 47 anni, appassionato di soft air e fornaio; Maurizio Neri, 66 anni, pensionato di Borgo Sant’Anna (Masi Torello). Altre quattro persone rimasero ferite. In pochi minuti la vita di intere famiglie fu distrutta: quelle delle vittima in primo luogo, ma anche quella di chi ancora oggi non può tornare a casa perché dichiarata inagibile, come la famiglia di Elis Benini e poi i titolari del poligono, la famiglia Ghesini, e quanti quel giorno hanno visto la morte in faccia. Profondamente turbato e addolorato anche l’ex sindaco Nicola Minarelli, unico imputato nel processo che è ancora in corso (gli altri hanno patteggiato), accusato, di fatto, «di aver consentito e non controllato l’apertura del poligono che non aveva autorizzazioni, nel quale scoppiò un incendio il 10 gennaio 2016, causando la morte di tre persone e il ferimento di altri tre tiratori che si trovavano all’interno». Minarelli fino a oggi è stato sempre presente in tribunale e sta affrontando ogni fase del processo.


COSA SUCCESSE

Il poligono di tiro, uno dei più importanti della provincia, si trovava nel cuore della cittadina (e già questo dovrebbe far riflettere) ed era gestito dalla famiglia Ghesini. Aveva riaperto da poco, dopo alcuni lavori di ristrutturazione. Il 10 gennaio era domenica e i primi a entrare, assieme ad altre persone, furono le tre vittime. Le colpe? Saranno i giudici a stabilirle ma alla fine tutti, e questo è innegabile, hanno peccato certamente di superficialità. C’è chi non ha avuto cura nella scelta dei materiali, chi non si è attenuto scrupolosamente alle norme e di avrebbe dovuto controllare e non lo ha fatto. Minarelli, è il caso di ricordarlo, risponde solo in qualità di primo cittadino e non naturalmente a titolo personale. Tutti sapevano che in quel capannone, che ospitava un macello prima e un negozio di riparazione computer dopo, era stato messo in piedi un poligono di tiro. Ma come può un’attività del genere, che pare addirittura non esistere per la legge, andare avanti anni? E cosa successe la mattina del 10 gennaio all’interno del poligono? Le famiglie Chiccoli e Neri hanno deciso di andare avanti per arrivare alla verità. Quella del fornaio Masieri, invece, fin da subito si è tirata indietro: «Nessuno ci restituirà mai il nostro Paolo, nessun risarcimento potrà mai rendere giustizia».

Dopo sei anni le macerie sono ancora lì, la casa dei Benini è chiusa e soprattutto il giovane Fabio Ghesini continua a non darsi pace per quanto accaduto. È vero, niente e nessuno potrà mai cancellare il dolore e la sofferenza ma quanto è successo certamente è stato, anche a livello nazionale, un invito a riflettere.

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