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Ambrogio, a casa dopo le condanne per omicidio

Concessi gli arresti domiciliari a Lara Mazzoni. Il suo legale Fabio Anselmo: «La giustizia non deve essere vendetta»

AMBROGIO. La sentenza definitiva, arrivata poco meno di un anno fa, la mandava in carcere a scontare un residuo di pena di 9 anni e 7 mesi per l’omicidio del suo compagno Mirko Barioni, 39 anni, ucciso il 4 giugno del 2017. Ieri, invece, al termine di un percorso giuridico da un lato e personale dall’altro, a Lara Mazzoni sono stati concessi gli arresti domiciliari.

«Il magistrato di sorveglianza - spiega il legale della donna, l’avvocato Fabio Anselmo - ha ritenuto prevalente l’interesse del ricongiungimento alla figlia e che non dovesse proseguire la detenzione in carcere. Il tribunale ha reputato fondate le nostre ragioni: ritenevamo che la Mazzoni dovesse fare meno carcere possibile, indipendentemente da quanto successo, e meritasse una seconda chance, lei e soprattutto sua figlia. Lara si è impegnata molto nella struttura dove lavorava, tanto che il datore di lavoro l’ha aspettata».


Una figlia in età da scuole elementari, sulla quale non dovevano ricadere colpe o responsabilità degli adulti, qualsiasi esse fossero. Non c’è qui da rifare considerazioni sui processi e le sentenze, che si rispettano: al di là delle pene comminate in primo e in secondo grado, ossia 16 anni divenuti poi 12 per omicidio volontario, dopo un anno è arrivata la svolta auspicata dalla difesa e attesa dalla donna, ora 48enne.

«Già lo scorso agosto - spiega ancora l’avvocato Anselmo - c’era stato un primo parere favorevole alla scarcerazione da parte del tribunale, che ha poi approfondito la condotta della Mazzoni in carcere, arrivando ora ad adottare un provvedimento che ritengo giusto, perché la giustizia non dev’essere vendetta».

Tutto, adesso, appare così lontano e la lente del tempo da un lato sfuma il dramma sfociato in quell’atto sanguinoso e, nel pieno rispetto della famiglia di chi non c’è più, apre un orizzonte nuovo: certo, il passato non si può cancellare, ma bisogna anche saper guardare avanti. Anzi tutto proprio con gli occhi di quella bambina, che certo colpe non ne ha, eppure ha già dovuto pagare un prezzo, per quanto la famiglia abbia cercato di proteggerla. L’assenza della mamma in questo lunghi mesi, tuttavia, non si può cancellare e l’unico rimedio che si poteva porre era restituirle la figura genitoriale di riferimento.

Una mamma degna, come le valutazioni convergenti hanno sancito, riportandola a casa e al lavoro. Sì, perché anche l’impegno della Mazzoni nella casa famiglia in cui ha lavorato, prima di essere ristretta nella sezione femminile del carcere felsineo della Dozza, ha lasciato un segno determinante ai fini del suo rilascio.

Ieri è stata proprio lei l’ultima a sapere di poter tornare a casa a riabbracciare la sua bambina: «Ci siamo rapportati con il carcere, la famiglia, abbiamo avvertito quando mancava un’ora al rilascio», chiosa Anselmo.

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