Curati con i monoclonali 126 pazienti ferraresi

Il trattamento ferma l’evoluzione della malattia verso forme più gravi I soggetti idonei vengono segnalati dalle Usca o dai medici ospedalieri 

Da oltre vent’anni sono utilizzati nel trattamento di pazienti oncologici o affetti da patologie come la sclerosi multipla, l’artrite reumatoide o la psoriasi, ma è con la pandemia che gli anticorpi monoclonali sono entrati a far parte del nostro linguaggio comune. Questi farmaci, da tempo una pratica clinica routinaria nella gestione precoce di diverse malattie tumorali o autoimmuni –, spiega Anna Marra, direttrice della Farmacia ospedaliera dell’azienda Sant’Anna – sono stati sintetizzati in modo specifico per il Covid, con un meccanismo di azione simile: bloccano l’evoluzione verso forme più gravi della malattia e vengono dunque impiegati nella fase precoce dell’infezione, entro i primi sette giorni dalla diagnosi.

Sono destinati a pazienti colpiti da forme lievi o moderate, ma che presentano condizioni cliniche di rischio come obesità, insufficienza renale, broncopatie, problemi ematologici. È dal maggio 2020 che gli anticorpi monoclonali vengono somministrati nel Ferrarese «inizialmente per trattamenti domiciliari di pazienti non gravi ma con fattori di rischio; dallo scorso autunno, con la disponibilità di anticorpi a dosaggio più elevato, anche per pazienti ospedalizzati ricoverati in reparto, non ventilati o intubati».


La Farmacia ospedaliera del Sant’Anna è il Centro di riferimento antidoti dell’Emilia Romagna - di cui è responsabile la dottoressa Brunella Quarta - che gestisce la gestione dei farmaci per tutta l’Emilia Romagna. Qui vengono stoccati i medicinali distribuiti dalla struttura commissariale «e non ci sono mai stati problemi di rifornimento – chiarisce Marra – A livello nazionale, la disponibilità è sempre stata conseguente alla capacità di produzione, ma non c’è mai stata carenza tale da non poter eseguire un trattamento: la mancata somministrazione non è stata mai dovuta a indisponibilità, ma per la condizione clinica del paziente che non ne indicava l’uso».

In caso di pazienti domiciliari, sono le Usca o i medici di base, dopo aver consultato l’infettivologo, a indicare il soggetto idoneo per la terapia; per i ricoverati è il medico ospedaliero: «L’importante è che l’arruolamento e la somministrazione siano tempestivi, perché tutto deve avvenire entro 7 giorni dalla diagnosi – ribadisce Marra – Il trattamento prevede un’unica iniezione endovenosa, che avviene in ospedale, mentre i pazienti domiciliari si recano in ambulatori dedicati, dove restano poi per un’ora sotto osservazione: non ci sono mai stati reazioni avverse e l’evoluzione è sempre stata buona».

Dall’inizio della pandemia in tutto il Ferrarese sono stati trattati con anticorpi monoclonali 126 pazienti: 41 a domicilio con malattia lieve, e 85 ospedalizzati con malattia più avanzata. In Emilia Romagna il trattamento con monoclonali ha interessato invece in tutto 7.500 pazienti. Tre le tipologie di anticorpi utilizzati: Casirivimab Imdevimab, somministrato nel Ferrarese a 89 pazienti (5mila in regione); Bamlanivimab Etesevimab somministrato a 34 pazienti (2.200 in regione) e il Sotrovimab, l’unico che si è rivelato in grado di bloccare ed essere efficace per Omicron: finora sono stati trattati 3 pazienti nel Ferrarese e 300 in Emilia Romagna, ma le linee guida regionali vengono aggiornate periodicamente sulla base delle indicazioni dell’Aifa «ed è verosimile – conclude Marra – che venga ora suggerito di utilizzare principalmente il Sotrovimab, considerata che la variante Omicron è ormai prevalente».



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