Né stipendio né disoccupazione per cinquantamila stagionali

La pandemia fa lavorare troppo poco per accedere agli ammortizzatori sociali. Ma con 60-70 giornate pagate non si ha diritto neppure al reddito di cittadinanza

ROMA. Un esercito di 500mila lavoratori stagionali nel turismo, di cui il 10 % solo in Toscana, esclusi dalle forme di sussistenza. Solo in Toscana si parla di cinquantamila persone lontane dal riuscire, soprattutto ora in tempo di Covid, a poter lavorare regolarmente 6 mesi l’anno in modo continuativo per avere poi accesso agli ammortizzatori sociali: in primo luogo all’indennità di disoccupazione. Una tela fitta e ingarbugliata, quella messa in evidenza da Giovanni Cafagna, milanese trapiantato all’Elba, lavoratore stagionale che da qualche anno ha creato l’Associazione nazionale lavoratori stagionali, punto di riferimento per migliaia di persone in Italia. È con questa associazione che sta mettendo in evidenza la piaga che colpisce chi lavora sulle spiagge, sulle piste da sci per alcuni mesi l’anno. O anche nei pubblici esercizi o alberghi aperti solo una stagione.Il primo problema è quello creato dalla pandemia da Covid che, ormai da due anni, sta facendo sì che la stagione balneare duri al massimo cinque mesi e non più 6, senza contare che anche quest’anno, con la prossima primavera, l’arrivo degli stranieri alle coste italiane sarà ridotto.

«La stagione che dovrebbe partire ad aprile, già con comitive di stranieri, fino a maggio appare molto ridotta. La paura del Covid ancora diffusa anche quest’anno non porterà grandi prenotazioni e per chi lavora nel turismo è un altro tracollo» dice Cafagna. Poi, c’è il secondo problema; i lavoratori stagionali del turismo da qualche anno non hanno più diritto all’Aspi, l’assicurazione sociale per l’impiego introdotta nel 2012 come ammortizzatore sociale per tutelare chi si trovava in stato di disoccupazione per ragioni indipendenti dalla propria volontà. Il caso appunto dei lavoratori stagionali. «Oggi abbiamo diritto solo alla Naspi e in forma ridotta di 2 mesi - precisa Cafagna - con la quale non riesci ad andare avanti nei mesi fermi del turismo. Come stagionali non chiediamo assistenzialismo. Gli ammortizzatori sociali che c’erano avevano benefici che erano quelli innanzitutto di far rimanere la popolazione delle località di mare o di montagna a vivere nei loro posti dedicandosi al turismo. È ovvio che lavorare nel turismo significa poterlo fare in alcuni periodi dell’anno e non 12 mesi».

Per questo l’ Anls, l’associazione di Cafagna, ha l’adesione di circa 6500 iscritti in tutta Italia e un migliaio in Toscana. Un sindacato nato dagli stessi lavoratori. Ma i problemi si sommano. Perché questa tipologia di lavoratori non ha accesso neppure al reddito di cittadinanza, essendo persone il più delle volte con un reddito annuale al di sopra dei 6000 euro, soglia oltre la quale la misura adottata da alcuni anni non viene erogata. «Nelle località di montagna i lavoratori si trovano in situazioni ancora più difficili. Se un inverno non nevica o avvengono restrizioni come quelle che viviamo a causa del Covid, non c’è lavoro neppure per pochi mesi», prosegue il presidente dell’Anls. Il balletto delle restrizioni , determinato dalla pandemia ormai da diverse stagioni, sta producendo situazioni difficili per chi è un lavoratore stagionale. «Ricevo almeno cinquanta e-mail al giorno da iscritti all’associazione che sono allo stremo con le possibilità economiche. Così non possiamo andare avanti. C’è chi davvero non ce la fa più e non ha riconoscimento di strumenti di sussistenza. Chiediamo che siano trovati strumenti e ammortizzatori sociali che siano diretti nello specifico per i lavoratori stagionali. C’è chi lavora a nero? Non saprei dire: se ci sono, siano rintracciati e perseguiti. Ma ora la questione è un’altra: è garantire la sopravvivenza a chi lavora in modo regolare, ma non raggiunge i requisiti per gli ammortizzatori sociali».© RIPRODUZIONE RISERVATA