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Rogo poligono, sentiti l’ex prefetto e la vice

In aula la richiesta del gestore di maggiori munizioni nove mesi prima dell’incendio. Unico imputato l’allora sindaco Minarelli

PORTOMAGGIORE. In tribunale nuova udienza ieri per il processo sul rogo del poligono di Portomaggiore che il 10 gennaio 2016 provocò tre morti, con l’allora sindaco Nicola Minarelli nelle vesti di unico imputato, accusato di disastro e omicidio colposo per aver tollerato o non impedito la gestione della struttura, priva di licenza.

Hanno sfilato in qualità di testimoni l’ex prefetto Michele Tortora e la vice Pinuccia Niglio, il responsabile dell’ufficio armi della Questura Edmondo Cirelli e il comandante dei carabinieri di Portomaggiore Giovanni Persia, tutti in carica all’epoca dei fatti. I rappresentanti della Prefettura hanno precisato come nella normativa non vi sia alcun obbligo in capo al sindaco di rilasciare alcun tipo di autorizzazioni in merito a strutture di quel tipo. Un poligono di cui «tutti sapevano tutto quel che stava succedendo», ha detto Niglio, anche se un cortocircuito tra le istituzioni impedì di fatto di verificare le condizioni della struttura, manchevole in materia di sicurezza.


In udienza è emersa una richiesta di autorizzazione alla detenzione di munizioni inviata dal gestore Fabio Ghesini, che ha patteggiato tre anni e mezzo di pena, ai carabinieri di Portomaggiore il 7 aprile 2015, nove mesi prima del rogo. “Sono innanzitutto a ringraziarvi per la collaborazione dimostrata negli ultimi anni di attività del nostro nuovo poligono privato che conta ormai oltre 500 iscritti e sebbene molto piccolo è molto apprezzato da civili e militari che partecipano attivamente a questo sport”, scrisse in tono confidenziale Ghesini chiedendo un munizionamento maggiore, circa 15mila pezzi, assicurando inoltre di aver innalzato i livelli di sicurezza del centro con “due impianti di videosorveglianza, due sistemi di allarme interni ed esterni ed inferriate”.

Il maresciallo Persia ha riferito in aula di aver girato la documentazione a Questura e Prefettura. La seconda rispose, a firma Niglio, che «nei poligoni privati non possono essere detenute armi e munizioni se non è stata rilasciata la licenza prevista dall’articolo 47 del Tulps a un soggetto operante nella struttura».

«È emersa tutta la verità, per l’accusa imbarazzante – commenta Fabio Anselmo, difensore di Minarelli –. Addirittura la commissione tecnica sui materiali esplodenti di cui doveva far parte il sindaco, secondo quanto cita il capo d’imputazione, non esisteva più, abolita dal governo Monti».

Si torna in aula il 1° luglio, con la deposizione dell’ex questore Antonio Sbordone.



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