2031: dai ghiacci riemerge il “fratello” di Ötzi

Lo hanno chiamato Hans ed è più “anziano” dell’Uomo di Similaum trovato nel 1991, si aprono nuovi scenari scientifici

FRA VISIONI
E DESIDERI

Un inserto che si chiama “Vision” non può non essere fonte di... visioni. E così proviamo a immaginare quello che potrebbe accadere nei prossimi anni. Dopo il Mondiale di calcio del 2022 vinto dall’Italia e l’attesissimo sbarco su Marte del 2029, la Svizzera che finalmente decide di entrare nell’Unione Europea, il papa nero, il ritorno dei mammut sulla Terra e Mick Schumacher pronto per partecipare al Mondiale di Formula 1 nel nome del padre su una Ferrari, l’italiano che compie 130 anni diventando l’uomo più longevo al mondo, ecco il ritrovamento tra i ghiacci di un uomo preistorico.


MAURO CORNO

BOLZANO, 4 GIUGNO 2031

Ötzi non è più solo. A quarant’anni di distanza dal suo ritrovamento ai piedi del monte Similaum, che si trova sulla linea di confine tra Italia e Austria, da un ghiacciaio poco distante, il Careser, è emerso uno scheletro: la prima buona notizia è che la scoperta è stata fatta in territorio italiano e quindi il reperto non sarà reclamato dagli austriaci, come stanno facendo dal 1991 con Ötzi. Che, nonostante i reiterati tentativi del Governo di Vienna, ci stiamo tenendo ben stretto a Bolzano, al Museo archeologico dell’Alto Adige, in un’apposita struttura che mantiene le condizioni di conservazione pur permettendone l’osservazione.

L’uomo di Similaum, nel quale nel corso di un’escursione si imbatterono Erika e Helmut Simon, una coppia di Norimberga, è vissuto in un’epoca compresa tra il 3300 e il 3100 avanti Cristo, vale a dire nell’Età del rame. Per capire quando è esistito l’ultimo arrivato ci vorrà tempo, ma fin da subito si è capito che le ossa non potevano appartenere a qualcuno morto di recente. «È stato un momento incredibile – ha detto Hans Ondertoller, l’uomo che per primo si è accorto che qualcosa di particolare stava sbucando dalla neve –: se devo essere sincero credevo si trattasse di un ramo che, chissà come mai, era finito lì». Ondertoller, un artigiano 53enne con la passione per le camminate, ha avuto l’intelligenza di non toccare nulla e di comporre subito il numero dell’Emergenza medica. «Però avevo capito che era morto, eh» ha sottolineato sorridendo. La cautela di Hans è stata provvidenziale. Con Ötzi le cose andarono diversamente: si pensò che si potesse trattare di un alpinista scomparso pochi anni prima, tanto che venne attivata la gendarmeria austriaca. Non solo. Durante il recupero, avviato senza particolari accorgimenti conservativi, furono danneggiate parti del corpo come i tessuti esterni, il femore sinistro e anche i genitali. Andò meglio all’equipaggiamento dell’uomo, che ovviamente era in condizioni tutt’altro che ottimali: la sopraveste di pelle di capra e pecora, i gambali di pelle di capra e il cappello di pelliccia d’orso vennero estratti con le dovute cautele perché si era ormai capito che si stava procedendo in un’operazione dai risvolti sensazionali e anche veniali. Solo nel 2010 si è definitivamente concluso il processo legato alla scoperta: dopo un’azione legale durata quasi 20 anni, il presidente della Provincia di Bolzano consegnò ai coniugi Simon una cifra di 175.000 euro. Le leggi, nel frattempo, sono cambiate: Ondertoller può ambire al massimo a una mancia di 100 euro ma per adesso non l’ha ancora avvisato nessuno.

C’è chi ha già soprannominato “Hans” il nuovo arrivato, per il cui prelevamento completo serviranno settimane: attraverso uno scanner si è tra l’altro appurato che a pochi metri dall’uomo, addormentatosi per sempre in posizione fetale, c’erano alcuni oggetti, con ogni probabilità a lui appartenuti. Di Ötzi sappiamo che aveva poco più di 40 anni, che era tatuato, che molto probabilmente era dedito a pastorizia e agricoltura, che soffriva di Helicobacter, che morì per rapido dissanguamento dopo essere stato ferito alla spalla da una freccia. Di Hans, per ora, siamo a conoscenza che era alto circa 165 centimetri, che a occhio e croce era sulla trentina e che, probabilmente, era un cacciatore: «Lo fanno sospettare l’arco in legno, la faretra con due frecce pronte e altre in lavorazione, il pugnale e l’ascia», ha riferito Rinaldo Maran, lo specialista dell’Università di Trento che ha “fotografato” la zona con sofisticati strumenti a raggi infrarossi. L’intera area è stata messa sotto sequestro e sarà presidiata giorno e notte dalle forze dell’ordine. Il timore è che qualche cacciatore di souvenir cerchi di estrarre di persona i preziosi oggetti causando danni inenarrabili.

Sono comunque già divampate le prime polemiche. Secondo alcuni quotidiani l’intera operazione che porterà al recupero di Hans e dei suoi attrezzi del mestiere potrebbe costare non meno di 200mila euro. Una bella cifra. «Lasciamolo dove sta – ha tuonato sul proprio profillo Facebook Alberto Garioni, un noto ecologista –: Hans, così come lo avete voluto chiamare facendo sfoggio di grandissima fantasia, riposa da migliaia di anni e non andrebbe disturbato. Quei soldi si potrebbero spendere in maniera molto migliore, per esempio per combattere il buco dell’ozono. E poi, quando sarà rimesso in sesto, si fa per dire, che motivo ci sarà di metterlo in un museo? Abbiamo già Ötzi: due mi sembrano anche troppi».

Frasi, quelle di Garioni, che hanno scatenato un dibattito assai acido. «Una scoperta del genere può portare grandissimi benefici dal punto di vista della ricerca – ha osservato Vincenzo Rossi, il conduttore televisivo di Medicina 33 –. Il materiale genetico che il buon Hans ha portato con sé potrebbe aiutarci a capire di cosa sia morto: e se scoprissimo che è stata una malattia di quelle che anche oggi creano problemi? Chi non è medico se ne stia in silenzio, grazie».

Chi non è rimasto in silenzio è stato il presidente dell’Austria, che per ironia della sorte si chiama Hans (Pircher di cognome). «Cari italiani, adesso che avete trovato il mio omonimo ridateci Ötzi: lo sapete anche voi che è un nostro connazionale e la sua casa non è Bolzano ma Innsbruck. Pertanto ci aspettiamo di poterlo riabbracciare presto», si legge nel comunicato consegnato alle agenzie poche ore fa.

Un appello che difficilmente verrà raccolto: in 40 anni o poco meno sono stati più di tre milioni i visitatori che hanno potuto ammirare l’Uomo di Similaum. Che presto, nella sua stanza collocata nel museo bolzanino, potrebbe ospitare un vecchio amico. Anzi, vecchissimo, anche se i due non si sono mai conosciuti. —

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