IL TERRITORIO

Il ritorno dell'arachide italiana

La 'resurrezione' delle noccioline americane nei nostri campi grazie a Sis, Coldiretti e Noberasco. "Resiste bene alla siccità. E seminando 1,4 quintali di arachidi in un ettaro si può arrivare a 25 quintali di prodotto"
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"Il ritorno dell'"arachide 100% italiana"? E’ stato possibile grazie a mia mamma, Giuseppina Borgiani, anni 92. E’ stata lei a ricordarmi come si seminava, come si coprivano i fiori con la terra, come si pulivano…". Mauro Tonello, 60 anni, è il presidente della Sis, la Società italiana sementi che nei giorni scorsi ha presentato in pompa magna la 'resurrezione' delle noccioline americane, dette anche bagigi, spagnolette, scachetti, gallette e via elencando. Trattasi comunque di arachis hypogaea, la leguminosa i cui gusci fino a pochi decenni fa, prima dell’arrivo del popcorn, coprivano i pavimenti dei cinema. "Riusciremo a farla rinascere – dice Tonello – perché l’abbiamo messa alla base di una filiera tutta italiana e con un progetto preciso: il coltivatore, prima ancora di seminare, saprà che il suo lavoro sarà ripagato nel modo più giusto. Avrà successo anche perché l’arachide non è idroesigente, sopporta bene la siccità. E’ una coltivazione giusta in questi anni di clima sempre più caldo e di siccità".

A presentare il primo raccolto, nei campi della Sis di San Lazzaro di Savena, sono arrivati tanti protagonisti del mondo agricolo e industriale: oltre alla Sis (che fa parte del Gruppo BF Spa, la più grande azienda agricola italiana) anche la Coldiretti e la società alimentare Noberasco, leader in Italia nel settore della frutta secca e disidratata. "Il primo raccolto di arachidi 100% tricolori, dal seme allo scaffale – ha detto Ettore Prandini, presidente della Coldiretti – dimostra la grande capacità di innovazione dell’agroalimentare made in Italy e risponde alla domanda di quell’82% di italiani che cercano sugli scaffali prodotti nazionali per sostenere l’economia e l’occupazione del Paese. Questa filiera rappresenta un modello da seguire anche in altri settori".

I numeri raccontano che l’impresa non sarà facile. Quasi tutte le arachidi che si consumano in Italia oggi arrivano dall’estero, in gran parte da Israele, Egitto e Stati Uniti. Nel mondo – dati 2017 – se ne producono 47 milioni di tonnellate (Cina 36%, India 20%). "Nella mia azienda di Codigoro – dice Tonello – abbiamo prodotto arachidi fino al 1974. Abbiamo smesso perché richiedevano molta manodopera e non venivano pagate il giusto prezzo. Fino ad allora nel ferrarese la coltivazione era diffusa, assieme a quella della saggina. C’erano i commercianti che compravano arachidi - per farne olio, non per tostarle -  e anche la saggina: pure questa veniva usata per fare olio con i semi e il resto era utilizzato per fare scope. Me lo ha ricordato mia mamma: ogni giorno, e per trenta quaranta giorni, quando l’arachide metteva i fiori bisognava passare nei campi per 'dare terra' e coprire il ginoforo, lo spuntone dal quale spuntano prima il fiore poi il baccello. Centinaia di ore di lavoro e nessun guadagno. Meglio piantare patate o pomodori".

La rinascita è solo all’inizio. Quest’anno sono stati seminati 50 ettari. Nel 2021 saranno 150. Soltanto per il consumo nazionale servirebbero 30.000 ettari e 200.000 per il fabbisogno europeo. "Per riuscire nell’impresa serve innovazione. Il rincalzo della terra e la raccolta ora vengono fatti con macchine brasiliane usate per i fagiolini, ma sappiamo che alcune aziende italiane già stanno lavorando per fornirci macchine più adatte. Ma il vero successo del primo raccolto è stato il recupero di semi che erano stati dispersi e dimenticati. Tutto è iniziato 4 anni fa quando ho saputo che un anziano agricoltore ferrarese aveva conservato alcuni semi in un vaso. Cinquanta grammi in tutto e non voleva darmeli, perché – diceva – erano troppo vecchi. Sono riuscito a portare le arachidi a casa, le ho seminate in una decina di vasi da fiore. L’anno dopo ho seminato qualcosa in campo e così si è avviata la produzione. Seminando 1,4 quintali di arachidi in un ettaro si può arrivare a 25 quintali di prodotto. E a differenza del passato assicuriamo un buon reddito".

L’accordo con Noberasco è fondamentale. Al coltivatore viene infatti assicurato il pagamento di 250 euro per 1 quintale di arachidi ancora nel guscio ma "pulite e selezionate". "Un accordo come questo – commenta Federico Vecchioni, amministratore delegato di BF Spa e di Sis – sovverte quel paradigma che vedeva l’agricoltura, l’industria, la trasformazione e la distribuzione in ruoli sbilanciati, contrapposti e antitetici". Con 25 quintali per ettaro il coltivatore incasserebbe 6.250 euro. "Quello che abbiamo avviato – dice Mattia Noberasco, ad dell’omonima azienda di famiglia – non è solo il lancio di un prodotto decisamente rivoluzionario per l’agrifood come l’arachide italiana ma il progetto che unisce innovazione, qualità, trasparenza e forte impegno a investire nel territorio".

L'"arachide tricolore" è più piccola, più scura e con un "gusto particolare tutto da scoprire". La sua origine ricorda un poco la vicenda del "pesce gatto nostrano o italiano", che in realtà è un pesce importato dall’America settentrionale nel 1885. L’arachide nostrana si chiama infatti Tripolino e sembra arrivata dalla Libia ai tempi della colonizzazione italiana. Un altro seme selezionato dalla Sis è il Lotus, di lontana origine bulgara. L’arachide che vuole tornare a crescere è comunque made in Italy da molti decenni.

 La semina si fa ad aprile e il raccolto arriva fra la fine di settembre e i primi di ottobre. Necessita di terreni torbosi, di temperature elevate e di molte ore di luce. "Ha bisogno di poca acqua – dice Mauro Tonello – e in questi quattro anni non abbiamo dovuto usare nessun anti parassitario. Io quest’anno ho seminato una decina di ettari. Quelli della mia frazione, Mezzogoro di Codigoro, mi dicevano: sei matto? E chi viene e rincalzare la terra e a raccogliere? Poi hanno visto la macchina al lavoro. Il giorno dopo sono venuti tutti a spigolare".