Cyberbullismo e cyberstalking: che differenza c’è?

È stata approvata poche settimane fa dalla Camera dei deputati la legge sul cyberbullismo. Abbiamo intervistato la psichiatra Adelia Lucattini per fare chiarezza sull’argomento: “E’ un fenomeno tipico degli adolescenti. Tra adulti si deve parlare di 'cyberstalking'”

Il fenomeno del bullismo, ovvero il “comportamento da bullo, arrogante e sfrontato”, è inteso abitualmente come un atteggiamento di sopraffazione sui più deboli, per lo più con riferimento a violenze fisiche, e si riscontra in modo particolare in ambienti scolastici e giovanili. L’enciclopedia Treccani definisce e spiega in modo esemplare il concetto, precisando come col termine cyberbullismo si debba intendere il bullismo virtuale, compiuto mediante la rete telematica, tramite il web.

Nel giro di pochi anni il fenomeno si è fortemente ampliato e ha preso proporzioni tali da richiedere un intervento legislativo specifico (vedi Disegno di legge, 20/09/2016 n° 3139, "Disposizioni per la prevenzione e il contrasto dei fenomeni del bullismo e del cyberbullismo"), così da arginare l’incessante e repentino reclutamento in rete di "bulli digitali" o cyberbulli.

Un elemento particolarmente dannoso del cyberbullismo consiste nell’effetto di amplificazione di episodi che nel bullismo abituale sono comunque autolimitati, dato che il gruppo di bulli non può essere più grande di tanto, a meno di non trovarsi in presenza di una gang giovanile, delinquenziale e con comportamenti antisociali. Abbiamo intervistato Adelia Lucattini, psichiatra psicoterapeuta e psicoanalista, autrice del libro “Il dolore dell’analista. Dolore psichico e metodo psicoanalitico” (Astrolabio-Ubaldini, 2015, 252 pp.), per fare luce sull’argomento.

Qual è la psicologia del bullismo?
“Innanzitutto bisogna specificare che il termine bullismo è una traduzione adattata, in italiano, del termine inglese “bullying”, usato per definire dei comportamenti di prepotenza tra bambini adolescenti, mai tra gli adulti, la cui  caratteristica principale è la malversazione fisica o psicologica e i comportamenti aggressivi e negativi prolungati di una persona ma più spesso di un gruppo nei confronti di una o più vittime.

Non è secondario tenere presente che la parola, in inglese, deriva proprio da "bull", ovvero "toro", che ne rappresenta l'immagine irascibile istintiva, basata sulla forza, utilizzata per rappresentare l'aspetto violento e incontrollabile del comportamento agito dei bulli. Il termine bullismo è quindi nato nel tentativo di comprendere la psicologia dei bulli; negli ultimi anni sono state adottate strategie per aiutare le vittime, tenendo sempre presente che i bulli sono a loro volta ragazzi in difficoltà o con un forte disagio interiore o psicologico, solitamente essi stessi vittime da parte di ragazzi più grandi di violenze psicologiche e fisiche, anche all'interno della famiglia, e anche di quella allargata (non necessariamente solo da parte dei genitori).

Il bullismo, perché sia tale, deve implicare un avere propria persecuzione, con atti di prevaricazione frequenti e ripetuti nel tempo che causino nelle vittime sensazione di emozioni negative, soprattutto paura, insicurezza, disistima, preoccupazione e depressione”.


Perché non si può quindi parlare di bullismo negli adulti?
“Perché nel bullismo è fondamentale il gruppo, un elemento tipico degli adolescenti e dell'età evolutiva che negli adulti sostanzialmente è stato sdoganato con la vita di coppia e familiare, e perché negli adolescenti spesso ha una componente identitaria, anche se negativa, delinquenziale e prevaricatrice.

L'adulto si presuppone che ormai abbia un’identità definita e quindi, quando agisce dei comportamenti aggressivi, svalutanti, offensivi o denigratori nei confronti di un altro adulto, lo fa scientemente, sulla base di un sadismo che molto spesso negli adolescenti non c'è, e per questo lo stesso fenomeno negli adulti non può essere chiamato bullismo ma rientra nell’ambito dello "stalking" “.

Perché negli adulti si deve parlare di stalking?
“Lo stalking è un insieme di comportamenti persecutori, aggressivi, intrusivi e ripetuti sottoforma di molestie, minacce, telefonate, attenzioni indesiderate, pedinamenti, aggressioni verbali, aggressioni anche via Internet, quindi semmai, qualora tutto ciò avvenga tramite web, dovremmo parlare di "cyberstalking".  La parola "stalking" deriva dal termine inglese "to stalk" che significa "camminare con circospezione" o "camminare furtivamente", e sta proprio a indicare il comportamento del “cacciatore in agguato". Il termine si riferisce quindi agli appostamenti e agli inseguimenti circospetti della vittima. Oggi naturalmente diamo di questa parola un'interpretazione psicologica poiché le forme in cui questi comportamenti si manifestano sono cambiate, e l'arrivo dei telefonini, dei computer e della rete ha fatto sì che la psicologia sia rimasta lo stessa ma che le modalità siano cambiate. Al momento sarebbe appropriato, per alcune tipologie di comportamento, parlare proprio di "cyberstalking", così da indicare una forma specifica di maltrattamento che avviene prevalentemente o esclusivamente attraverso i mezzi digitali e il web”.

Qual è la differenza di fondo tra bullismo e stalking?
“Innanzitutto lo stalking non è di gruppo ma è individuale e c'è un persecutore che per ragioni personali, solitamente psicologiche e profonde, che hanno anche una base di disturbo psichico molto ben delineato, prende di mira una vittima prescelta, perseguitandola e arrivando perfino a farle del male fisicamente o a ucciderla.

È importante specificare, inoltre, che nell'infanzia e nell'adolescenza il confine tra realtà e immaginazione, reale e virtuale, è sfumato. Talvolta gli adolescenti non si rendono conto quanto aggressioni via web possano colpire e ferire profondamente, esattamente come le percosse fisiche o le aggressioni di persona. Di questa confusione tra fantasia e realtà, tra immaginazione e verità, sono vittime sia i cyberbulli che le cybervittime. Gli adulti che usano il web per aggredire le proprie vittime sono consapevoli delle conseguenze e spesso si avvalgono dell'anonimato per scagliarsi contro l'altro, che non può replicare, la propria rabbia, i propri istinti primordiali aggressivi o sadici, deliberatamente.

Gli adolescenti invece non si nascondono, se mai "si mostrano" nel e sul web, navigandoci sopra e dentro, senza piena consapevolezza dei rischi e delle conseguenze, anche quando persecutori.

Nel bullismo non c'è mai un'intenzione di uccidere la vittima ma di prevaricarla allo scopo di dimostrare la propria supremazia e la propria superiorità, spesso traendone dei vantaggi secondari come denaro, merende, favori, così da avere una corte di servitori e schiavi assoggettati al proprio potere che però ha bisogno di essere consolidato dalla debolezza dell'altro”.

Qual è la psicologia del cyberstalker?
“Nello stalking c'è un'ideazione di fondo completamente diversa rispetto al bullismo: lo stalking di tipo nevrotico presuppone desiderio di vendetta, rancore, odio nei confronti della vittima che si ritiene abbia compiuto un torto, torto che in una personalità paranoide o diventata tale a seguito di eventi traumatici, assume una dimensione reale, al punto che la vittima viene perseguitata finché non le ammette.

Esiste però una forma molto più grave di stalking che ha una base delirante, strutturata, profonda e molto sottile: in questi casi lo stalker ritiene che la vittima non sappia quello che prova per lui e il classico pensiero del persecutore è: "Io devo convincerti del fatto che tu sei innamorata di me perché non lo sai, mentre io lo so" oppure "Io devo farti capire che a te piace esibirti nuda sul web e userò tutti i mezzi possibili a mia disposizione per fartelo capire". Questo tipo di ideazione delirante, tipica dello stalking grave, spinge il persecutore a convincere o forzare l'altro ad amarlo o a pensarla in un certo modo, essendo egli convinto che la vittima lo ami o desideri mostrarsi nuda o mostrare le proprie performance sessuali. Lo stalker intende inoltre il proprio compito come un "dovere": è “doveroso” secondo lui, rendere l'altro cosciente di quello che desidera, con tutti i mezzi possibili immaginabili, persino con la violenza.

A un certo punto poi la violenza esplode, come espressione o di un tentativo estremo di inculcare il convincimento nella mente dell'altro o come vendetta delirante perché l'altro nega con ostinazione la verità che lo stalker e solo lui conosce, con la volontà deliberata di umiliarlo. Questo tipo di dinamica mentale vale sia per gli uomini che per donne”.

Quindi possiamo pensare che dovrebbero venire approvate due leggi separate, una sul cyberbullismo e una sul cyberstalking?
“Se ci atteniamo alla psicologia sottesa ai due tipi di situazione e all'età, poiché il bullismo è tipico dei bambini e degli adolescenti mentre lo stalkimg è tipico degli adulti, la risposta non può che essere che sì, sia dal punto di vista normativo che delle risposte e dei provvedimenti sanitari da approntare nelle due situazioni, provvedimenti che dovrebbero essere differenziati, separati e, in definitiva, diversi.

Nel bullismo va data maggiore attenzione al disagio psicologico delle vittime e dei persecutori, alla regolamentazione del web, all'educazione alle nuove tecnologie, e va fatta menzione e sottolineato il lavoro egregio che la Polizia Postale sta facendo nelle scuole, dando informazione e formando bambini e adolescenti sull'utilizzo e sui rischi della rete.

Rispetto al cyberstalking, invece, la normativa dovrebbe riguardare, ampliandola, quella già vigente, e l'informazione sui rischi dello stalking dovrebbe essere diffusa tra gli adulti, facendo comprendere che molto spesso alla base di questi fenomeni ci sono dei disturbi psicologici e mentali che possono portare alcuni individui, in situazioni specifiche o in momenti particolari, a diventare addirittura pericolosi, e non solo per l'incolumità psichica ma anche per quella fisica delle vittime designate”.

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