Si fa presto a dire unità nazionale nella Babele italiana

Chi sperava che lo tsunami Covid spingesse la politica sui sentieri impervi dell'unità nazionale, si è dovuto ricredere. Se giovedì mattina il premier lasciava intravedere la possibilità di un dialogo maggioranza-opposizione, poche ore dopo Riccardo Ricciardi, trafelato regista teatrale di Massa Carrara, pro tempore deputato M5S, si incaricava di sferrare un attacco scomposto alla sanità lombarda. Con il duplice effetto di bandire ogni colloquio, ma anche un esame serio delle molte cose che in Lombardia non hanno funzionato. Dopo di che, sotto la vetrata liberty del Beltrami che illumina dal soffitto l'aula di Montecitorio, l'opposizione ha scatenato una bagarre da stadio. Alla faccia del distanziamento sociale.

Niente da fare. Nel codice genetico della politica all'italiana ci sono i Montecchi e i Capuleti, i guelfi e i ghibellini, ed è davvero impensabile che il leader dell'opposizione si rivolga al capo del governo con le parole appena pronunciate nel parlamento portoghese: «La minaccia che dobbiamo combattere esige unità, solidarietà, senso di responsabilità. In questo momento, il governo non è l'espressione di un partito avversario, ma la guida dell'intera nazione che tutti abbiamo il dovere di aiutare». Figuriamoci. Qui si procede per strappi, divisioni, spostamenti progressivi. Perdippiù senza costrutto né obiettivi se non quello del momentaneo posizionamento sullo scacchiere.

Ora, noi non siamo nella testa del Ricciardi e quindi non sappiamo se sia scivolato sulla buccia di banana dell'impeto e dell'inesperienza o se recitasse un copione teso a far capire a chi doveva capire che ogni dialogo è impossibile. In ogni caso, in assenza di un collante comune, ogni tentativo si infrange dinanzi alle divisioni in entrambi gli schieramenti.

Nella maggioranza bastano, che so?, la pressione di Renzi sui temi sensibili dei migranti irregolari o dei cantieri chiusi e la disponibilità del premier a parlarne, a far andare su tutte le furie i 5S. D'altra parte, basta che il governo entri nella babele della prescrizione, tema caro ai grillini, perché Italia Viva dissotterri l'ascia di guerra. E il gioco si consuma nella generale consapevolezza che la strada di una rottura non è percorribile. È una guerra di posizione che ogni volta Giuseppi è costretto a sedare.

Le cose non vanno meglio dall'altra parte e l'annuncio di un 2 giugno festeggiato insieme è pura operazione di facciata: insieme per dire cosa? Meloni, premiata dai sondaggi, scava sotto il monumento a Salvini; Berlusconi, pur ridimensionato, si batte per limare le unghie populiste degli alleati. E se Silvio sembra disposto, se necessario, a dare una mano a Conte, gli altri due non ne vogliono sapere; e se, ancora, Berlusconi sprona il Paese a prendere di corsa i 37 miliardi del Mes, per Meloni e Salvini l'Europa è ancora il discrimine che tutto separa. Quasi sperano che sia la crisi finanziaria post-Covid a lavorare contro Conte. A danno del Paese.

 

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