Se il virus attacca anche i nostri stili di vita

Come una guerra mondiale. La vita economica, sociale, culturale delle democrazie occidentali è devastata dalla pandemia come non accadeva dalla prima metà degli anni '40 del secolo scorso. Una battaglia oscura contro il virus importato dalla Cina di cui non si vede la fine. Né si conosce un modello vincente da copiare e da replicare. Se persino la Germania, simbolo di efficienza e di organizzazione, è in confusione, si capisce quanto appaiano fastidiosi i saputelli che affollano i social e il trash televisivo. Siamo nei guai e non siamo soli. Ma questa è la volta in cui il mal comune non rappresenta un mezzo gaudio. Quando si analizza la situazione dell'Italia non si può non vedere ciò che accade intorno a noi, in Europa e negli Stati Uniti.

Se le parole hanno un senso, se non è un espediente retorico parlare di guerra per descrivere il tempo presente, è necessario allora comportarsi di conseguenza. Innanzitutto bisogna che le forze politiche, di governo e di opposizione, si decidano a siglare una tregua (ecco un altro termine bellico) nella campagna elettorale permanente che sfianca il Paese. Se il virus è il nemico, si trovi un compromesso per garantire ai cittadini un'unità di intenti. L'Italia è lacerata dalle privazioni imposte dalle ultime disposizioni governative. Il malcontento è diffuso e sarebbe un errore non comprendere il sentimento popolare condiviso nelle proteste scoppiate da Napoli a Torino fino a Trieste. Le aggressioni alle forze dell'ordine e i saccheggi dei negozi, dietro cui c'è la regia di gruppi eversivi e di bande criminali, sono manifestazioni estreme - da condannare senza se e senza ma - di un risentimento anti-istituzionale profondo. Guai a semplificare la realtà riducendo i gravi fatti di questi giorni a un problema di ordine pubblico. Se fascisti, centri sociali e camorristi hanno potuto agevolmente mettere a ferro e a fuoco metropoli e medie città, vuol dire che hanno trovato una base sociale esasperata da poter strumentalizzare a loro vantaggio. Siamo in uno stato psicologico collettivo profondamente diverso da marzo-aprile. Inutile illudersi: non andrà tutto bene.

Non è da escludere nei prossimi anni stili di vita differenti da quelli attuali. Si potrebbe avverare un vero distanziamento sociale, ben più radicale della incauta espressione adottata per indicare la distanza fisica. Insieme ai sostegni indispensabili per l'economia e a nuove forme di welfare, c'è bisogno di una nuova idea di società. Come saremo tra dieci anni? Intellettuali, scienziati, innovatori digitali, artisti, gli stessi giornalisti, hanno davanti una sfida enorme: provare a delineare le forme di una convivenza civile durevole nella post-pandemia. Un mondo più libero nelle idee ma meno liberista in economia. Più attento sia alle sofferenze fisiche che economiche. In grado di distribuire benessere in forme meno diseguali, almeno in Occidente. Capace di divertirsi senza censure. Un'utopia millenaristica? Forse, ma anche di questo c'è bisogno.

 

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