Maradona tra mito miracolo e politica

Come s'usa nel Parlamento inglese, prima di intervenire confesserò qui un palese conflitto di interessi dichiarandomi orgogliosamente napoletano e maradoniano, condizioni che sottintendono a queste poche righe. Che rischiano peraltro di perdersi nel fiume di ricordi e commemorazioni che ancora accompagnano l'ultimo viaggio di Diego Armando Maradona; ma che hanno il solo scopo di suggerire qualche riflessione. Intorno a due parole.

La prima è "miracolo". Ora, è noto, l'esistenza dei miracoli è fortemente messa in dubbio da tanti, ai quali potremmo allora dire razionalmente che miracolo è anche un insieme di atti e decisioni che portino a un bel risultato fortemente atteso. Da questo punto di vista fu "miracolosa" la mano de dios che sconfisse l'Inghilterra ai Mondiali '86. Evento che probabilmente sarebbe stato meno tollerato se non fosse stato preceduto dai dribbling, miracolosi, con i quali Maradona seminava le difese avversarie.

A Napoli, martoriata capitale abituata ai miracoli - o comunque, date le croniche condizioni generali, ad augurarsene - Diego regalò due scudetti e l'illusione di essere divenuta una città come le altre, addirittura più grande, dopo essere finita negli abissi del vibrione. E questo è stato possibile anche perché al Pibe riuscì l'impresa, pure questa miracolosa, di tenere insieme legati al suo nome Posillipo e i vicoli, i quartieri alti e le periferie, il mitico Italo Allodi e i Giuliano, camorristi doc, nella cui magione Diego si rintanava di notte in cerca di coca, donne e champagne. Fino a farsi fotografare nella vasca-conchiglia, d'oro naturalmente, che troneggiava in casa dei suddetti: nell'immagine sorride felice. Nudo. Come uno scugnizzo.

I popoli, dunque, hanno bisogno di miracoli. Ma anche - ecco la seconda parola - di coltivare "miti". Sebbene il calcio sia alla fine solo un gioco, Maradona è riuscito a trasferirlo nella realtà quotidiana e da qui a sublimarlo. Come la sua storia di ragazzo povero del sud povero del mondo povero che miracolosamente ce la fa, si impone e vince fino a diventare mito globale. Per questo il popolo lo seguiva, si riconosceva nella sua vita riscattata, si perdeva in quella miscela di sacro e profano tanto simile all'aria che si respira in un barrio di Buenos Aires o in un "basso" di Napoli: ieri la tv rimandava le immagini di fan-adoratori di Maradona che gli hanno dedicato un altarino con tanto di candela votiva, o ne conservano le maglie storiche, ma religiosamente adornate con un rosario d'argento...

In virtù dei miracoli e del mito, Diego è stato, lo volesse o no, anche un leader politico, il difensore dei poveri e dimenticati ricevuto da papa Francesco come un capo di stato, forte di un incredibile consenso popolare, e fonte di una irrefrenabile passione di massa alimentata negli anni da un corpo che si disfaceva, da una vita viziata che non riusciva a raddrizzare, da una morte precoce e drammatica.

E senza dramma mito sogno passione e qualche miracolo, la politica vera non esiste. Ma questo è tutto un altro discorso. O no?

 

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