Menichetti: «I vaccini stimolano le varianti? No, è esattamente il contrario»

Il professor Francesco Menichetti, virologo

L'attuale direttore di Malattie infettive a Pisa: «Con le dosi proteggo me stesso e tutta la comunità. Non c’è nessun elemento che possa farci ipotizzare controindicazioni a lungo termine»

«Stiamo riaprendo tutto. E questo è il risultato della campagna vaccinale. Oltre che di uno strumento come il Green pass che ci dà sicurezza nel poter frequentare i luoghi pubblici. Chi non si vaccina vuole usufruire dei vantaggi prodotti da chi invece si è vaccinato e, così facendo, ha permesso alla comunità di tornare a una vita quasi normale». Il dottor Francesco Menichetti, virologo e attuale direttore del reparto di Malattie infettive all’ospedale di Pisa, ha ribadito più volte che vaccinarsi è essenziale. «Io l’ho fatto subito e ieri (due giorni fa, ndr) ho avuto anche la terza dose». Adesso il professore fa ulteriore chiarezza sui motivi per cui il vaccino è così importante e spiega come molte delle convinzioni che stanno alla base del “no” alla somministrazione siano in realtà prive di fondamento. L’intervista a Francesco Menichetti segue quella al professor Fabrizio Pregliasco ed è la seconda di un ciclo dedicato ai più importanti epidemiologi italiani, impegnanti in prima linea, dall’inizio della pandemia, nella battaglia contro il Covid.

Professore, perché vaccinarsi conviene?


«Mi vaccino perché mi proteggo da un rischio che è mio e, insieme, della comunità a cui appartengo. E nel caso del Covid il rapporto tra benefici e rischi è stupefacente: i primi si traducono in una riduzione dei contagi di oltre il 70 per cento. Il vaccino, inoltre, ha un’efficacia del 90 per cento nel prevenire un ricovero e del 95 per cento nel prevenire l’ingresso in terapia intensiva e la morte».

Alcuni di coloro che non si sono vaccinati sostengono, tra le altre cose, di non volersi sottoporre a somministrazione perché credono che il vaccino a Rna messaggero possa, alla lunga, modificare il dna e creare danni permanenti all’organismo.

«Tutto ciò non è dimostrato. E non c’è alcuna ipotesi che quanto affermano possa avvenire. L’Rna messaggero inoculato col vaccino, che è la replica di un frammento dell’antigene virale nei confronti del quale l’organismo produrrà anticorpi, entra nella cellula, porta la risposta immunitaria e poi decade. Non si integra con nessun altro filamento di materiale. Perciò quanto talvolta sostenuto è uno spettro che viene agitato senza alcuna evidenza».

Un’altra obiezione suona così: “Non mi vaccino perché non so cosa mi iniettano e per di più quello contro il Covid è un vaccino sperimentale, non voglio fare da cavia”.

«Quello che c’è dentro il vaccino è noto. Avendo le competenze scientifiche lo si può capire. Nei vaccini contro il Covid non c’è traccia del patogeno. È la replica di un frammento di sequenza molecolare della proteina Spike del virus, che produce la risposta immunitaria. È un vaccino innovativo e sicuro. Peraltro il Pfizer ha cessato da diverso tempo di essere sperimentale. È stato approvato e la quantità di vaccinati è enorme. Si può d’altra parte affermare che gli eventi avversi a breve e medio termine siano irrilevanti: siamo nel rapporto di un vaccinato ogni milione. E non c’è nessuna base biologica credibile che possa far ipotizzare eventi avversi a distanza di anni. Mi concentrerei piuttosto sul fatto che questi vaccini ci stanno facendo tornare a una vita quasi normale».

E chi dice che chi si vaccina contribuisce alla diffusione delle varianti?

«Direi che è l’esatto contrario. Le varianti emergono in funzione del tasso di circolazione virale. Tanto maggiore è il numero degli infetti, tanto più il virus replica e aumenta la possibilità che si sviluppino varianti. Tanto più invece la popolazione è vaccinata, tanto minore è sia il numero degli infetti sia il rischio che emergano varianti».

Per combattere il Covid non c’è solo il vaccino. Come procede la sperimentazione sulle possibili cure che sta portando avanti a Pisa?

«Sugli anticorpi monoclonali andiamo avanti con molta convinzione. Abbiamo iniziato a marzo e i trattamenti dispensati superano 300. In alcuni casi questi anticorpi sono in grado di abbattere in modo rilevante la necessità di ricovero nei pazienti che li hanno ricevuti precocemente. Questo perché bloccano l’evoluzione dell’infezione. Le ricerche vanno avanti».

Una cura del genere può sostituirsi al vaccino?

«No, lo integra. La prima linea di difesa rimane il vaccino. Per chi, seppur vaccinato, si infetta potremmo utilizzare il monoclonale e, in prospettiva, l’antivirale orale. Ma non in alternativa al vaccino».

E il tampone?

«Dire che il tampone mi dà più garanzie del vaccino è un argomento che viene usato da chi non ha intenzione di vaccinarsi. Serve, ma non può esser considerato alternativo al vaccino. Caso mai un’integrazione».

Che inverno ci aspetta dal punto di vista della pandemia, professore?

«Se va avanti la campagna vaccinale e riusciamo a vincere lo zoccolo duro di resistenza nella fascia over 50 ci attende un inverno sicuramente migliore di quelli che abbiamo dovuto trascorrere ultimamente».



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