Rapporto Censis, per 8 italiani su 10 la formazione non garantisce più un lavoro stabile e ben pagato

8,9 milioni di over 65 aiutano le famiglie di figli e nipoti. Aumentano i lettori dei siti di informazione e dei libri, mentre diminuiscono drasticamente quelli dei giornali 

ROMA. L'80,8% degli italiani mostrano sfiducia nel ruolo dell'istruzione come fattore decisivo per garantirsi una sicurezza economica e lavorativa. Soprattutto i giovani (l'87,4%), chi è in possesso di una laurea (l'85,5%) e chi si colloca in una condizione di reddito bassa (l'81,3%) non vedono la correlazione diretta tra impegno nella formazione e garanzia di un lavoro stabile e adeguatamente remunerato. Secondo il 55° rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese aumentano i lettori di libri, mentre diminuiscono drasticamente quelli dei giornali ormai in crisi conclamata. E' boom, invece, per gli smartphone sempre più utilizzati insieme ai social network.

Famiglia
La famiglia è stata strategica nel farsi carico di bisogni sociali ad alta complessità, integrando o addirittura sostituendo il welfare pubblico. Al netto di un impegno finanziario dello Stato che non è mai mancato (nel periodo 2010-2020 i trasferimenti sociali sono aumentati del 26,1% in termini reali e del 79,2% se si escludono i trasferimenti pensionistici), il protagonismo delle famiglie è evidente: 8,9 milioni di over 65 anni contribuiscono economicamente alle famiglie di figli e nipoti, di cui 2,9 milioni lo fanno regolarmente; 6,8 milioni di giovani ricevono soldi da genitori e nonni, di cui 2 milioni regolarmente. Non a caso, il 72,8% degli italiani è convinto che per realizzarsi nella vita, compiere quei passaggi decisivi che segnano l'ingresso nell'età adulta, come acquistare una casa o mettere su un proprio nucleo familiare, conta soprattutto l'aiuto economico della famiglia d'origine, ovvero la disponibilità di immobili, proprietà, risparmi, che fanno sentire con le spalle coperte. È un'idea molto radicata anche tra i laureati (69,7%) e tra i giovani (66,3).

Trend
«Sembra essersi arrestata l'emorragia di lettori di libri - si legge nel report - nel 2021 sono il 43,6% degli italiani, con un aumento dell'1,7% rispetto al 2019 (sebbene nel 2007 chi aveva letto almeno un libro nel corso dell'anno era il 59,4% della popolazione). Se si considera che chi ne ha letti più di 3 costituisce una fetta pari al 25,2%, si può affermare che il lockdown ha senz'altro prodotto un riavvicinamento alla lettura. Sale anche il numero di lettori di e-book, pari oggi a un italiano ogni dieci (l'11,1%: +2,6%)». Al contrario «si accentua la crisi ormai storica dei media a stampa, a cominciare dai quotidiani venduti in edicola, che nel 2007 erano letti dal 67,0% degli italiani, ridotti al 29,1% nel 2021 (-8,2% rispetto al 2019). Lo stesso vale per i settimanali (-6,5% nel biennio) e i mensili (-7,8%)».

Trasformazioni

«Dobbiamo iniziare ad interrogarci sui sacrifici che queste trasformazioni comportano-sottolinea il segretario generale del Censis, Giorgio De Rita-. Ogni processo di trasformazione porta con sé un prezzo da pagare e il prezzo da pagare è qualcosa su cui abbiamo ragionato molto poco. Il Pnrr quasi non ne fa cenno, sembra solo un lungo percorso facile, a partire dall'accrescimento del debito pubblico: una riflessione su cosa significhi per le giovani generazioni di cosa significa caricare sulle spalle ulteriore debito pubblico va fatta e serve coscienza delle leve della ripresa».

Scommessa
«Il Pnrr il governo l'ha definito la grande scommessa. Ed è forse questo il senso di quest'anno, la scommessa. Ma su cosa stiamo scommettendo? E' difficile dare il senso di questa scommessa, probabilmente le difficoltà sono talmente tante, che non riusciremo a spendere tutto e bene. Ma la grande scommessa è ridare il senso del futuro alla società italiana. C'è la dimensione di tornare ad una capacità di costruzione di una prospettiva in questo crescere dell'attesa, evidenzia de Rita. «Serve coscienza, perché senza coscienza di sé non c'è sviluppo. Serve pensiero, perché il reale aiuti a superare quella componente irrazionale che sembra dominare nei comportamenti quotidiani, ma proprio per questo resta il problema aperto di dove sono i luoghi che ospitano questo pensiero», aggiunge. «E' comunque una situazione difficile e quello che la pandemia ci offre è in fondo una grande opportunità: di riconnettere lo Stato con la vita sociale e collettiva, ma serve uno sforzo per lasciare agire il reale».

(fonte: La Stampa)