Ferrero: quel morso che fa male a “Viperetta”

La caduta del presidente della Samp che non ha mai risparmiato nessuno: e che per primi i tifosi si aspettavano

Stavolta il Viperetta non ha morso lui, è stato morso. Da sette anni, da quando è il presidente della Samp, il vulcanico Massimo Ferrero non ha risparmiato nessuno: dal calcio al cinema, dal Festival di Sanremo a Che tempo che fa, dalle assemblea in Lega Calcio alle interviste tv, ne ha sempre avute per tutti. Contro la politica, i procuratori, il calciomercato, il Covid, i salari dei calciatori. Ha sempre sparato, non si è mai contenuto. Ex giocatore di poker da bische romane, fine psicologo capace di leggere l'interlocurore in un lampo, ha fatto sorridere qualcuno e arrabbiare tanti. Quel suo modo irriverente, spesso sopra le righe, di canzonare l'universo mondo gli ha procurato nemici, fastidi, rancore. I primi bilanci in attivo della Samp, dopo tanti anni di rosso nella gestione di un imprenditore nobile come il patron Erg Garrone, all'inizio gli avevano affibbiato la nomea di imprenditore matto ma capace. Le prime super-plusvalenze dei giocatori Skriniar, Schick, Torreira, gli sono valsi introiti miracolosi e la nomea di aspirante Re Mida del calcio che trasforma ragazzi in denaro contante.

Oltre alle super vendite dei giocatori ha fatto altro mai fatto prima: allargato il centro sportivo di Bogliasco, creato Casa Samp, da poche ore lanciato in via XX settembre il maxi store Samp City. Cose realmente fatte, non solo slogan. E' così che il Viperetta ha saputo cancellare almeno parzialmente le ombre della compagnia aerea Livingstone e il parziale crack dei suoi cinema romani, comprati all'asta anni prima dal fallimento dell'impero Cecchi Gori, ripulendo l'immagine di imprenditore furbo ma avventuriero, ai limiti dello spericolato.

«Uomo del fare, questo sono», la sua convinzione. Di certo il calcio, per questo self made man di Testaccio spuntato dal nulla e d'improvviso popolarissimo, sembrava la gallina dalle uova d'oro. È stato così nei primi anni, quando tutto filava liscio con Giampaolo in panchina e i suoi scout che gli pescavano gioielli in erba sul mercato da lanciare in campo e rivendere a peso d'oro. Anni in cui lui, il Viperetta, nuova compagna e due nuovi figli piccoli quasi per celebrare la rinascita, imperversava ovunque in tv in radio a cavalcare populismi e dispensare perle di saggezza popolare per cercare di rendersi amato e in realtà raccogliendo sempre piu diffidenza, sempre più dubbi.

I tifosi della Sampdoria, per esempio, già subito diffidenti dalla prima presentazione quando Ferrero mise in discussione l'inno del club blucerchiato ('sembra una canzonetta'), hanno subito storto il naso. Una diffidenza che in pochissimo tempo è aumentata divenendo prima fastidio poi ostilità. È così che è iniziata la contestazione che negli ultimi anni è diventata estrema ai limiti dell'aggressione fisica. Ferrero ormai girava da anni coi suoi bodyguard temendo ovunque, non solo nelle visite a Genova, ma anche nella sua Roma, di essere aggredito. Un timore per lui, convinto di poter conquistare tutti con una battuta, con un'intuizione, inspiegabile. 'Io non capisco perché i tifosi non mi amino" si ripeteva nei momenti di sconforto.

Tifosi che questa caduta se l'aspettavano e la speravano auspicando un cambio di proprietà della società che aveva scritto con Paolo Mantovani gli anni dei trionfi e la nascita dello «stile Sampdoria» e che col Viperetta «è caduta ai minimi storici dello stile e della presentabilità». Lui, il Viperetta, a queste speranze ha sempre risposto a suo modo, con le corna, i cornetti, e i suoi proverbi di strada tipo «vola basso e schiva il sasso». Vola basso che poi è ciò che uno come lui, bassino d'altezza ma velocissimo di ragionamento, non ha mai accettato di fare. Ha sempre preferito volare alto a rischio di scottarsi con raggi di sole. E ora che si è scottato sicuro sta pensando: ho ragione io, mi risolleverò ancora. Non sarebbe la prima volta, nella sua avventurosa vita lo ha sempre fatto. D'altra parte lo ripete sempre lui: «Io sono nato e cresciuto a Cinecitta dove la realtà e la fantasia si sono sempre fuse».

(fonte: La Stampa)