Caso Moby, Grillo indagato a Milano per i contratti con Onorato: “Soldi in cambio di favori”

L’accusa: «Veicolò ai politici Cinque Stelle le richieste dell’armatore». Nel mirino dei pm contratti pubblicitari per 240 mila euro in due anni

La prima uscita pubblica di Beppe Grillo a sostegno del patron di Moby sul suo blog risale all’aprile 2018: «Vincenzo Onorato, armatore partenopeo, si sta battendo anima e cuore per salvaguardare i diritti dei nostri marittimi. La sua campagna ha generato, nei poco informati, un turbinio di polemiche e illazioni senza senso». Ma per i pm, che ora accusano il fondatore e garante del Movimento e l’imprenditore di traffico di influenze illecite nel silenzio assordante dei 5 Stelle, sottobanco Grillo «lavorava» per Onorato da mesi.

Richieste relative a interventi normativi e al rinnovo delle concessioni a favore della sua società che l’armatore ha messo nero su bianco in una serie di chat e mail dirette a Grillo. E che da quest’ultimo sono state «veicolate», a volte tramite «parlamentari del Movimento 5 Stelle» altre direttamente, ai ministeri competenti. Cioè al ministero dei Trasporti, all’epoca diretto da Danilo Toninelli e al ministero dello Sviluppo economico a cavallo tra la gestione di Luigi Di Maio e Stefano Patuanelli.

È vero che Grillo e Onorato sono «amici dall’adolescenza». Ma l’interessamento del fondatore del M5S non sarebbe stato gratis, come si legge nel decreto con cui ieri gli investigatori del Nucleo di polizia economico finanziaria della Gdf hanno perquisito le sedi della società di Grillo, la Moby, la Casaleggio e anche le case di cinque loro dipendenti. La Beppe Grillo, infatti, dall’8 marzo 2018 al febbraio 2020, ha percepito dalla Moby 240 mila euro «apparentemente come corrispettivo di un accordo di partnership avente ad oggetto la diffusione su canali virtuali (come il blog dell’ex comico) di contenuti redazionali del marchio Moby».

Per l’accusa «l’entità degli importi versati o promessi da Onorato» che non apparirebbero giustificati dall’attività concretamente svolta, «la genericità delle cause dei contratti» e «le relazioni effettivamente esistenti e utilizzate da Grillo» su espresse richieste e nell’interesse di Onorato «con pubblici ufficiali», cioè i 5 Stelle che sedevano in Parlamento, «fanno ritenere illecita la mediazione operata da Grillo in quanto finalizzata a orientare l’azione politica dei pubblici ufficiali in favore degli interessi del gruppo Moby».

Tra le richieste «veicolate» da Grillo e contenute nelle chat e nelle mail emerse nell’ambito delle indagini fiorentine sulla fondazione Open e poi trasmesse a Milano, ci sarebbero «pressioni» per l’entrata in vigore dell’emendamento Cociancich, che ha limitato i benefici fiscali del Registro Internazionale alle sole navi che imbarcano equipaggio italiano, proprio come quelle del gruppo di Onorato, il rinnovo della convenzione con Tirrenia per la continuità territoriale e il contenzioso che l’armatore aveva con Tirrenia in amministrazione straordinaria per centinaia di milioni di euro.
Grillo in pratica avrebbe fatto da tramite, trasferendo poi all’armatore anche «le risposte della parte politica o i contatti diretti con quest’ultima».

Al centro dell’inchiesta, coordinata dall’aggiunto Maurizio Romanelli e dal pm Cristiana Roveda - che nasce da uno stralcio del fascicolo del pm Roberto Fontana sulla presunta bancarotta del Gruppo Onorato - c’è anche il contratto che Moby ha sottoscritto con la Casaleggio Associati, di Davide Casaleggio (non indagato), «figura contigua al M5S in quanto all’epoca gestiva la piattaforma Rousseau». Si parla di 600 mila euro annui (più Iva e fees al raggiungimento degli obiettivi) per «la stesura di un piano strategico per sensibilizzare opinione pubblica e stakeolders» con la criticata campagna «Io navigo italiano». Anche Casaleggio sarebbe stato tirato in ballo nelle chat finite nel fascicolo.

(fonte: La Stampa)