Gimbe: crollo delle vaccinazioni over 50 (-44%) e 5-11 anni (-57%). 4,9 milioni di italiani senza una dose, 2,1 milioni guariti

L’errore di considerare sconfitto il Covid. Con il vaccino proteico Novavax zero alibi per i no vax. L’evoluzione della pandemia nel report Università Cattolica-La Stampa 

ROMA. Negli ultimi 7 giorni solo 59 mila nuovi vaccinati: si conferma il crollo negli over 50 (-44%) e nella fascia 5-11 (-57,1%), nella settimana 16-22 febbraio. Sono 4,9 milioni le persone senza nemmeno una dose vaccinabili subito e 2,17 milioni di guariti protetti solo temporaneamente, secondo il monitoraggio della Fondazione Gimbe sull' andamento della pandemia in Italia. Per le terze dosi tasso di copertura all'84,9% con nette differenze regionali. L'efficacia di tre dosi di vaccino nei confronti della malattia severa rimane elevata. Intanto è in arrivo nei Paesi europei il nuovo vaccino anti-Covid Novavax, le cui prime dosi sono state spedite agli Stati Ue dal centro di distribuzione olandese. L'immunizzante a base proteica, con una formulazione più tradizionale e già utilizzata per altri vaccini, rappresenta dunque una nuova arma che potrebbe convincere gli italiani ancora esitanti a vaccinarsi. E' probabile, dunque, che una percentuale di italiani ancora esitante rispetto alla vaccinazione potrebbe aderirvi essendo rassicurata dalla formulazione più tradizionale di questo immunizzante. Al momento il Novavax verrà utilizzato per il ciclo primario a due dosi della vaccinazione anti-Covid, ma è molto probabile che in tempi brevi si possa arrivare all'approvazione anche del booster con lo stesso vaccino, perché gli studi sono in atto. Nell'attesa che partano le somministrazioni col preparato proteico, procedono le prenotazioni per la quarta dose booster con vaccino mRna per i soggetti fragili: l'avvio della vaccinazione è prevista l'1 marzo, ma il Lazio ha fatto da apripista con le prime dosi effettuate ieri.

Nuove scoperte

Nell’ambito delle ricerche di virologia e diagnostica in uno studio non ancora pubblicato (Yamasoba D. e altri) vengono descritte le caratteristiche della sottovariante BA2 di Omicron, detta anche Omicron 2. Questa sottovariante rispetto ad Omicron 1 sembrerebbe essere più trasmissibile tanto da competere nell’ambiente con questa. Inoltre, Omicron 2 sfuggirebbe all’immunità umorale indotta da una infezione pregressa; sarebbe inoltre resistente agli anticorpi monoclonali casirivimab – indevimab e 35 volte più resistente al sotrovimab, l’anticorpo monoclonale che è stato fino ad oggi utilizzato con successo per Omicron 1. Omicron 2 avrebbe una maggiore tendenza a replicarsi nell’epitelio nasale umano e nel modello animale, rappresentato dai criceti, mostrerebbe maggiore patogenicità. Da questo studio emerge soprattutto la necessità di mantenere un alto livello di attenzione su eventuali nuove variante emergenti che, pur differenziandosi di poco tra di loro, potrebbero presentare caratteristiche virologiche peculiari, tanto da tradursi in nuove condizioni epidemiologiche e cliniche. Per quanto attiene la supposta maggiore patogenicità di Omicron 2, va detto che questa è stata evidenziata nell’animale da esperimento, ma non è stata provata nell’uomo e quindi al momento resta solo una ipotesi.

Test
In una ricerca (Ren A. e altri) è stato valutato il potere diagnostico di un nuovo test salivare antigenico ultrasensibile che sfrutta l’elettrochemiluminescenza. Sono stati studiati numerosi campioni di saliva ottenuti da soggetti con e senza infezione da SARS- CoV-2, confrontando anche in alcuni casi il test salivare con il tampone naso-faringeo antigenico. La specificità del test è risultata pari al 100% e la sensibilità al 92%. Rispetto al più collaudato test antigenico naso-faringeo, questo test salivare ha una sensibilità di 700 volte maggiore il che, abbinato alla rapidità, facilità di esecuzione ed ai costi contenuti, lo rende estremamente attraente per le campagne di screening di massa. Nell’ambito delle ricerche sui vaccini si segnala uno studio (Tarke A. e altri) che indaga l’immunità cellulare di tipo T dei soggetti vaccinati con vaccino Pfizer, Moderna, AstraZeneca e Novavax verso numerose componenti delle varianti virali di SARS-CoV-2, comprese Delta e Omicron. Nello studio sono stati arruolati 96 soggetti adulti valutati in tempi diversi dalla somministrazione del vaccino, fino a 5-6 mesi dopo l’ultima dose. I risultati dimostrano che la maggior parte delle cellule T dei vaccinati mantengono una risposta verso componenti delle varianti virali sia quelle di più antica circolazione, che anche quelle di più recente comparsa, avvalorando in questo modo il concetto che l’evoluzione continua delle varianti non si associa ad una riduzione dell’efficacia protettiva delle cellule T specifiche nei confronti dello spike. Infatti, questa risposta T cellulare specifica perdura nel tempo fino a diversi mesi di distanza dalla somministrazione del vaccino.

Cure

Nell’ambito degli studi di clinica e terapia, si segnala lo studio (Petersen e altri) condotto nella della città di Amburgo in cui sono state valutate le funzioni organo specifiche di 443 pazienti non ospedalizzati che avevano sofferto di una forma lieve moderata di COVID-19. In questi pazienti è stato evidenziato che, pur in presenza di una forma lieve/moderata, si potevano riscontrare significative alterazioni multiorgano di tipo subclinico che riguardavano principalmente la funzionalità respiratoria, cardiaca, della coagulazione e renale. E’ importante sottolineare il fatto che non sono state osservate alterazioni cerebrali, neurocognitive o un deterioramento della qualità della vita. Dal momento che questa indagine è stata condotta a un tempo medio di 9,6 mesi di distanza dall’episodio acuto di malattia, si può rimarcare che è importante effettuare uno screening sistematico delle alterazioni organo specifiche anche in quei soggetti che hanno sofferto di una forma lieve/moderata.

Ivermectina

Un trial clinico randomizzato (Steven Chee Loon Lim e altri), condotto in pazienti affetti da COVID-19 ad alto rischio di progressione verso la malattia grave, ha valutato l’efficacia dell’ivermectina somministrata per via orale nella prima settimana di malattia per un totale di 5 giorni. I risultati ottenuti hanno dimostrato – in linea con quanto era noto fino ad oggi – che l’aggiunta di ivermectina non si associa ad una riduzione del rischio di sviluppare una malattia grave il che porta ad escludere questo farmaco del trattamento di COVID-19. Uno studio multicentrico, prospettico, non ancora pubblicato, ma presente sulle piattaforme (Gretel Sanabria Diaz e altri) condotto in 33 pazienti, ha valutato le alterazioni corticali cerebrali in pazienti affetti da SARS-CoV-2 ricoverati che presentavano sintomi neurologici. In questi pazienti, sono state evidenziate alterazioni della corteccia orbito-frontale cingolata, temporale, che si associavano anche ad alterazioni del liquido cefalo rachidiano. Questo quadro di lesioni anatomiche suggerisce che l’importante risposta infiammatoria innescata dal virus provoca in alcuni individui un danno alle strutture nervose specie a livello corticale del cervello.

Paxlovid
Un trial di fase 2-3 in doppio cieco, randomizzato e controllato (Hammond J. Et e altri) è stato condotto in 2246 pazienti, tutti ad alto rischio di progressione di malattia, 1120 dei quali hanno assunto nirmatrelvir associato a ritonavir (Paxlovid) ed i rimanenti placebo. Il trattamento con Paxlovid ha portato ad una riduzione del rischio di progressione verso una forma grave di COVID-19 nell’89% rispetto al gruppo trattato con il solo placebo Questo farmaco ha altresì mostrato un buon profilo di sicurezza. Nell’ ambito delle ricerche di clinica, uno studio prospettico (Boscolo Rizzo P. e altri) condotto nel periodo gennaio-febbraio 2022 (cioè in epoca di diffusione della variante Omicron) ha confrontato la prevalenza delle alterazioni dell’olfatto e del gusto auto-riferite dai pazienti rispetto a quella documentata nel periodo marzo-aprile 2020. Il dato interessante che è emerso è la riduzione significativa nella prevalenza e nella gravità della disfunzione di olfatto e gusto con l’avvento della variante Omicron. Questi sintomi quindi sono in questa fase della pandemia meno presenti e meno gravi rispetto al passato. Uno studio caso-controllo (Altarawneh HN e altri), condotto in Quatar, estraendo le informazioni da un database nazionale, ha valutato il rischio di re-infezione da variante Omicron nei soggetti che avevano contratto l’infezione da altre varianti. In particolare, è emerso che una pregressa infezione può prevenire una nuova re-infezione nel 90% dei casi se si tratta di variante Alfa, del 96% di variante Delta, del 56% della variante Omicron. L’efficacia nel prevenire la malattia grave è stata del 70%, 100%, 88% rispettivamente per le varianti Alfa, Delta e Omicron.

Immunità
La durata dell’immunità umorale e cellulare dopo l’infezione da SARS-CoV-2 (Marcotte H e altri), è stata valutata per un periodo protratto fino a 15 mesi. In particolare, sono stati analizzati i campioni di siero raccolti nel periodo gennaio-giugno 2021 in Italia e Svezia. E’ risultato che la risposta anticorpale ha raggiunto il suo picco dopo 15-28 giorni dopo l’infezione per ridursi gradualmente fino a raggiungere un plateau a distanza di 6 mesi. A differenza di quanto osservato per la variante virale D614G, i titoli di anticorpi neutralizzanti nei confronti delle varianti Beta, Gamma e Delta erano inferiori fino ad 8 volte. Per quanto riguarda poi l’immunità cellulare c’era un significativo decremento dei linfociti T specifici, ma non di quelli specifici B tra 6 e i 15 mesi. Se si considerano in maniera globale, tutti questi risultati, essi indicano, per le varianti non Omicron, che la durata dell’immunità è prolungata fino a 15 mesi dopo un’infezione acuta e ciò potrà influenzare le scelte per programmare eventuali richiami del vaccino.

(fonte: La Stampa)