Nava e Barba, sposi a Mariupol per 72 ore: “Ti amerò anche da morto”

Le nozze il 5 maggio nelle viscere dell’acciaieria, poi lui è stato ucciso. Le truppe di Mosca premono sul Donbass: nella morsa 20 mila civili

KRAMATORSK. Le acciaieria Azovstal sono una trappola da cui il battaglione Azov non riesce più ad uscire nemmeno per vedere la luce del sole. Quel dedalo di cunicoli e complessi industriali tra il mare d’Azov e Mariupol sono sotto il totale scacco russo. Ieri mattina due squadre di ricognizione ucraine hanno tentato una sortita, ma sono immediatamente finite sotto il fuoco nemico. I tank di Mosca hanno circondato il complesso. I cecchini ceceni sono appostati ed i soldati siberiani avanzano fabbrica per fabbrica in caccia degli ultimi combattenti ucraini.

Stando alle ultime informazioni trapelate all’interno del complesso industriale più grande dell’Est dell’Ucraina non ci sarebbero più civili. «Se parliamo della fabbrica Azovstal, i civili di cui eravamo a conoscenza, quelli che erano con noi, le donne ed i bambini di cui ci prendevamo cura, sono riusciti a lasciare l'impianto». Lo ha detto alla Cnn il capitano Svyatoslav Palamar, vicecomandante del reggimento Azov, che nei giorni scorsi aveva riferito di un centinaio di civili ancora nell’acciaieria di Mariupol, nonostante Kiev e Mosca avessero confermato il completamento delle evacuazioni. «Magari c’è qualcun altro ancora più giù, in profondità, - ha aggiunto Palamar -; nessuna organizzazione internazionale è mai riuscita a entrare e valutare la situazione».

In un luogo dove l’umanità pare essere perduta, dove donne e uomini sono in trappola, escono solo più le testimonianze via etere. Arrivano al mondo storie d’amore incredibili come quella di “Nava” e “Barba” (nomi di battaglia), Valeria e Andriy, due combattenti che si sono sposati il 5 maggio proprio lì. Lui è morto tre giorni dopo, ma lei le ha giurato amore eterno. «Sei stato mio marito per tre giorni. Sarai il mio amore per l’eternità. Mio caro, premuroso, coraggioso...sei stato e sei il migliore», ha scritto lei su Instagram, pubblicando le foto della loro unione. Avevano fedi improvvisate, di carta stagnola, le mani segnate dai combattimenti. Si sono fotografati in uniforme militare, ma come per un album eterno da sposi, sorridenti, per quel che era possibile, tra la tristezza profonda di una resistenza che vede feriti gravemente metà dei compagni. Poi, sono tornati al fronte.

Le truppe russe si stanno riposizionando a Sudest. Per prendere il Donbass serve quell’ultimo lembo di Luansk ancora ucraino. Severodonetsk, la capitale «provvisoria» dell’Oblast è isolata. Il ponte che la collega con Lysychansk è stato colpito ed i rifornimenti non hanno più una «via maestra» da percorrere. Una morsa in cui sono intrappolato 20 mila civili. Una «steppa urbana» dove gli ultimi soldati ucraini asserragliati possono solo più stare appostati alle periferia di Nordest per respingere le avanguardie russe già entrare in città. Per arrivare a questo assedio hanno prima incendiato i boschi. Per i generali di Putin poco importa se i guastatori dovranno avanzare in campo aperto. L’importate era respingere in città gli ucraini. Costringerli ad abbandonare le loro trincee.

«Stiamo cercando nuove posizioni tra i palazzi abbandonati - trapela via Telegram dai combattetti schierati in difesa -. Abbiamo iniziato con i cecchini, ma ora possiamo usare anche i fucili d’assalto. Li vediamo per strada».

L’assetto al Donbass si sta delineando. Da Est passerà per la conquista di Severodonetsk. Casa per casa. Una caccia al soldato che si è già vista a Mariupol. Proprio come a Mariupol la prima cosa da fare è accerchiare la città. Tagliare i rifornimenti ed attendere che armi e munizioni finiscano. Che i soldati ucraini muoiano uno ad uno. Che i pochi rimasti siano costretti a scegliere tra la lotta ad oltranza o la ritirata.

Accerchiare le città è parte del disegno di Putin. Un tratto su un quadro che sta prendendo forma. Il sangue che sta scorrendo a Nord del Donbass. Ad Izyum si spara per le strade. Conquistarla è una necessità per Mosca, ma la priorità è costruire e difendere una testa di ponte che punti verso Sud. Che arrivi sino a Kramatorsk. Un lembo di terra fatta di boschi e campi che si affacci su Slovyansk. Un boa di trincee a difesa dell’artiglieria pronto a stritolare Kramatorsk; la nuova capitale del Donbass ucraino.

(fonte: La Stampa)