L'Europa e la sfida asiatica

Atlante. La disastrosa conclusione della vicenda afghana ha innescato a catena azioni e processi che ridisegnano gli equilibri dell’intera regione del Pacifico e le relazioni tra i grandi players del pianeta

A un’Asia motore economico dalle globalizzazione siamo ormai abituati da tempo. Nuova è invece la centralità dell’Asia negli equilibri geostrategici del mondo. La disastrosa conclusione della vicenda afghana ha innescato a catena azioni e processi che ridisegnano gli equilibri dell’intera regione del Pacifico e le relazioni tra i grandi players del pianeta.

In realtà il conflitto occidente/oriente per l’egemonia nel Pacifico non è una assoluta novità: si manifestò tra le due guerre mondiali nello scontro tra Giappone e Stati Uniti, che culminò in Pearl Harbour e nell’ingresso degli Uas nella seconda guerra mondiale. Oggi, in un contesto naturalmente diverso, quel conflitto vede protagonisti Pechino e Washington, in una nuova forma di bipolarismo che a sua volta ridisegna alleanze e strategie. La Repubblica Popolare Cinese coltivando l’ambizione di divenire la prima potenza mondiale prosegue nella realizzazione delle sue scelte strategiche: One belt, One road, la nuova Via della Seta che ramificandosi in più direzioni muove dal Mar Cinese fino al Mediterraneo e all’Africa e via terra raggiunge Russia, Caucaso e Balcani; e la Regional Comprehensive Economic Partnership l’area di libero scambio che coinvolge 15 Paesi – i 10 paesi dell’Asean e Cina, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda – rappresentativi di 2.2 miliardi di abitanti, il 30% del Pil mondiale e il 27.4% del commercio globale. Né può essere sottovalutata il recente rinnovo del Trattato di buon vicinato, cooperazione e amicizia di Pechino con Mosca, che ricordiamolo ha in Asia 2/3 del proprio territorio con immensi giacimenti di materie prime.

Di fronte a un così assertivo espansionismo cinese – anche favorito dalla scelta protezionistica di Trump di bloccare il Trans Pacific Partnership, l’area di libero scambio del Pacifico – gli Stati Uniti hanno avviato una strategia di contenimento. Due giorni fa il presidente Biden ha riunito a Washington i primi ministri di India, Australia e Giappone che insieme agli Stati Uniti da circa un anno hanno dato vita alla Quad, un’alleanza politica e militare nella regione indopacifica. Con lo stesso obiettivo qualche giorno prima Australia, United Kingdom e Usa hanno dato vita all’alleanza Aukus, acronimo che richiama il mondo di Star Wars. E nella stessa direzione il Giappone ha attivato la “Free and Open Indopacific Initiative”. E la necessità di arginare la pervasività della Cina ha spinto perfino un Paese a guida comunista come il Vietnam a stringere accordi di cooperazione militare con potenze occidentali quali Giappone e Australia.

In tale scenario dinamico si colloca l’Afghanistan talebano ai cui destini sono particolarmente attenti i Paesi della regione, come sottolineato dall’incontro di qualche giorno fa tra i rappresentanti per l’Afghanistan di Russia, Cina e Pakistan. I tre Paesi, infatti, per un verso guardano con qualche condiscendenza al nuovo regime di Kabul »– per il suo carattere antioccidentale »– ma per altro verso nutrono un’inquieta apprensione per gli effetti destabilizzanti che posson o derivare dalla complicità’ di settori talebani con i terroristi di Al Qaeda e Isis.

Di fronte a uno scenario così in movimento è necessario domandarsi se vi sia – e quale – uno spazio per l’Europa, la cui credibilità esce dalla vicenda afghana lesionata non meno di quella degli Stati Uniti. Peraltro mentre l’America grazie alla sua potenza politica e militare è comunque in grado di rimettersi in gioco con nuove alleanze – come Quad e Aukus – non così è per l’Europa che sconta la fragilità della sua politica estera e di sicurezza sovrastata dalla ricorrente tendenza di ogni Paese europeo a privilegiare le proprie scelte di politica estera piuttosto che la costruzione di una politica comune. Una fragilità che si manifesta anche nelle relazioni con gli Stati Uniti, che prima hanno imposto una gestione unilaterale del ritiro dal teatro afghano che i partner europei hanno subito e poi hanno sottoscritto l’intesa Aukus non coinvolgendo gli alleati europei, a partire da quella Francia che pure nel Pacifico ha territori con un milione di abitanti, basi militari in Nuova Caledonia e Tahiti, nonché un accordo cooperazione militare e mutua difesa con l’India.

Insomma, sarebbe paradossale che mentre i grandi player ridisegnano assetti strategici da cui dipenderà il destino e il futuro del mondo, all’Europa venisse riservato soltanto il compito, pur necessario e nobile, di accogliere gli afghani in fuga. Eppure le relazioni economiche tra Unione Europea e i players asiatici sono intensissime. Dal 1996 esiste l’Asem, foro di dialogo che riunisce 51 Paesi dei due continenti. Con Giappone e Vietnam la Ue ha trattati di libero scambio; India e Cina sono per l’Europa partner commerciali e tecnologici strategici; con Asean che riunisce 10 nazioni del sud-est asiatico la Ue persegue l’obiettivo di un Partenariato strategico e con le Repubbliche dell’Asia centrale ha sottoscritto Accordi di Partenariato e Cooperazione.

Un’intensità di relazioni e interessi economici che evidenzia ancor di più la sproporzione tra intensità delle relazioni economiche e marginalità di ruolo politico. E perciò quanto sia indispensabile un colpo di reni e un cambio di passo dell’Unione europea. Darsi una vera politica estera comune, dotarsi di una strategia di difesa e sicurezza europea, parlare una sola lingua e agire con una sola mano: sono scelte ormai ineludibili per un’ Europa che voglia concorrere a scelte strategiche e avere la forza di affermare valori di libertà e diritto.

© RIPRODUZIONE RISERVATA