Letta e Salvini, l’incontro “positivo” dei kingmaker che può sbloccare Draghi al Colle. Così il leader leghista è rientrato nel gioco: “Nome condiviso e super partes”

Il leader del Partito Democratico Enrico Letta con il leader della Lega Matteo Salvini in una foto d'archivio

Martedì i due si rivedranno. Il segretario Dem con due colloqui, il primo con Renzi venerdì e il secondo oggi col capo leghista, al centro della partita. Mediazione di Renzi per un coinvolgimento della Lega su «un nome alto»

Chi si troverà in futuro a ricostruire nel dettaglio l’elezione del successore di Sergio Mattarella alla presidenza della Repubblica dovrà, con ogni probabilità, partire da due incontri – squisitamente politici – su tutti: il primo è avvenuto oggi pomeriggio, tra Enrico Letta e Matteo Salvini. Un incontro che è stato comunicato nella insolita – e molto istituzionale – formula della “nota congiunta” tra Dem e Lega: «lungo e cordiale incontro tra Matteo Salvini ed Enrico Letta negli uffici della Lega alla Camera. Con il faccia a faccia si è aperto un dialogo: i due leader stanno lavorando su delle ipotesi e si rivedranno domani». Un passo notevole per sbloccare l’impasse sul nome di Mario Draghi e su un governo autorevole e di garanzia per tutti, anche se nell’incontro diverse strade sono rimaste aperte, e la partita non è chiusa. La formula scelta dice qualcosa, anche se ovviamente non è ancora una fumata bianca: «Nome condiviso e super partes» (proprio mentre avveniva l’incontro, Giancarlo Giorgetti, a una domanda in transatlantico, ha risposto così: «Com'è andato l'incontro tra Mario Draghi e Matteo Salvini? Non lo so. Se si parlano è positivo...»).

Il secondo incontro c’era stato tre giorni fa, tra Letta e Matteo Renzi. In entrambi i casi il segretario del Partito democratico ha svolto un ruolo cruciale, ma anche gli altri due leader hanno incassato un notevole dividendo politico, quello di essere azionisti di maggioranza della soluzione di sistema che si potrebbe – a qualche condizione ancora da scolpire – delineare.

Alla fine del colloquio con Letta, avvenuto venerdì 21 gennaio di prima mattina, Renzi aveva riassunto così il filo che era stato ritrovato, senza che nessuno dei due (è già una novità) si rinfacciasse le ruggini del passato. «Sono d’accordo con Enrico, che ha detto che serve un patto di legislatura. Litigheremo nel 2023», aveva detto Renzi. «Draghi si deve mettere a un tavolo e parlare con i leader, così la sua andata al Colle sarà in discesa», aveva spiegato l’ex premier fiorentino. Renzi che anche oggi ha ripetuto «serve la politica, per portare Draghi al Colle». L’ex premier pisano era stato, come nel suo stile, parco di dettagli, ma le due ricostruzioni per una volta quadravano in pieno. Il mantra è che Draghi, per salire sul Colle, deve trovare un’azione politica che, curiosamente, proprio la tanto bistrattata politica gli sta forse fornendo.

Il fatto che, nel weekend, il ritiro di scena di Silvio Berlusconi sia avvenuto in maniera rumorosa e abbastanza devastante – con quell’intimazione affinché Draghi restasse a Palazzo Chigi, subito sposata e rilanciata da Giuseppe Conte, leader dei grillini e partecipe di un fronte non piccolo non esattamente simpatizzante del premier – ha aumentato la confusione, ma i primi tasselli di una vera e propria operazione politica per portare Draghi al Quirinale erano stati messi proprio durante l’incontro tra i due ex premier democratici, e non sono venuti meno neanche in quelle ore. Quello che mancava era una coinvolgimento pieno – e non solo attraverso i presunti contatti tra “i due Mattei” – del leader della Lega Salvini. E questo pare ora essere avvenuto. È questo in definitiva – ci confermano tre fonti convergenti a conoscenza del dossier, e appartenenti a partiti diversi – il senso del faccia a faccia con Letta, che è avvenuto, ci hanno tenuto a sottolineare i leghisti, separatamente (rispetto a quello con Giuseppe Conte, che Salvini ha incontrato subito dopo, in una ideale scala di priorità della situazione, ben delineata anche nella tempistica dei colloqui).

In gioco, per Matteo Salvini, c’è naturalmente molto. Rivelatasi platealmente la sterilità dell’operazione “scoiattolo” di Silvio Berlusconi, come anche un eventuale, impossibile arroccamento dell’intero centrodestra sulla tesi “Draghi resti a Palazzo Chigi”, Salvini ha in gioco la possibilità di diventare – assieme a Letta e Renzi –uno dei tre kingmaker che hanno sbloccato la situazione. La richiesta leghista, ragionano fonti non lontane dal leader, non è affatto una questione di posti dentro il nuovo governo di legislatura che dovrebbe nascere, ma una piena agibilità politica per il leader leghista, a quel punto chiaramente investito della leadership di coalizione post berlusconiana, e il suo partito, la garanzia di non continuare a rischiare di essere il figlio minore del sistema, continuamente esposto a rocambolesche disavventure. Bisognerà vedere se questa traccia, che è stata gettata, reggerà a tante contro-spinte che possono esserci in queste ore.

(fonte: La Stampa)