Da fedelissimo del Cavaliere in politica estera alla diplomazia con Mosca, la lunga corsa di Frattini. Sponda Letta-Renzi per dire di no

Ritratto dell’uomo che potrebbe essere il Piano B di Salvini che non dispiace a Conte

In una corsa in cui tutti i giocatori hanno un piano B, il piano B di Matteo Salvini (vero o sapientemente utilizzato) è un nome: Franco Frattini. Nome che potrebbe piacere a Giuseppe Conte, e a una parte del Movimento 5 stelle. I rapporti con Frattini sono ottimi, e nel recente passato (quello del governo Conte 1) il trio di leader che non t’aspetti (Salvini, Conte e Frattini) ha giocato alcune partite geopolitiche in ottimo accordo, prima che i rapporti tra il Capitano e l’Avvocato del popolo si deteriorassero, ma mai irreparabilmente.

Da qui al Quirinale ovviamente la strada è lunga e strettissima, ma nella mattina di martedì 25 gennaio Frattini è una ipotesi in campo (specie se, come sembra, in questa stessa mattina Conte ripeterà ai suoi interlocutori che Draghi sarebbe meglio restasse a Palazzo Chigi). Stando all’Ansa, ci sarebbe una sponda Renzi-Letta (l’Ansa scrive che «lo si apprende da fonti di Iv e viene confermato da fonti del Nazareno») affinché, in una fase delicata per la crisi Ucraina, si arrivi a un profilo di presidente della Repubblica «europeista e atlantista».

Frattini è uno dei grand commis italiani più navigati, è stato ministro degli esteri con Silvio Berlusconi, negli anni della “diplomazia delle pacche sulle spalle” del Cavaliere, con Vladimir Putin ma anche George Bush II. L’Italia a conti fatti non aveva abbandonato la sua fedeltà atlantica, ma alla fine le preoccupazioni di Washington su Berlusconi erano cresciute fino al punto di diventare vera e propria sfiducia nel Cavaliere e nel suo governo, come rivelarono a suo tempo i cabli dell’ambasciatore americano Ronald Spogli pubblicati da Wikileaks stagione 2010. Berlusconi aveva una relazione economica con il presidente russo, attorno all’energia e ai contratti opachi di Gazprom in Europa? Se lo chiedeva il Dipartimento di Stato, allora guidato da Hillary Clinton, citando le preoccupazioni dell’allora ambasciatore georgiano a Roma. E nei cabli si parlava anche di una eccessiva debolezza politica dell’allora ministro degli esteri.

In seguito a quelle rivelazioni (in una stagione assai diversa dalla Wikileaks degli anni 2015-2016, criticata invece per essere entrata in contatto con i siti front dei servizi segreti russi), Frattini andò in tv per difendere il governo Berlusconi da ciò che i cabli facevano temere, e rassicurare sulla collocazione italiana nello scacchiere internazionale. «L’Italia – assicurò Frattini a Lucia Annunziata – ha un interesse nazionale all’indipendenza e alla sicurezza energetica. Su questo nessuno può decidere per nostro conto. Ma non ci sono frizioni tra Italia e Stati Uniti. La nostra strada è la differenziazione: prima la Russia, poi la Libia, poi l’Algeria e i Paesi arabi del Golfo». Poi concluse che sull’energia «decide l’Italia».

Il simulatore: Frattini avrebbe i numeri per essere eletto?

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Negli anni successivi Frattini è sempre stato visto a Mosca come un interlocutore solido, il migliore della linea geopolitica realista dell’Italia, quella che considera il Belpaese come bridge, ponte tra Occidente e la Russia. L’ormai ex ministro degli esteri di Berlusconi fu nel team della Link University, “programme leader”, quando l’Università di Scotti – cara ai grillini – fece una partnership con l’Università Lemonosov di Mosca. Partecipò alla Link a eventi che dopo risultarono nell’occhio del ciclone – per esempio lo si vede seduto accanto a Vincenzo Scotti e con all’altro capo del tavolo Joseph Mifsud (quello che secondo il Mueller report era un agente russo, il primo a dare al team Trump l’informazione dell’esistenza di mail hackerate a Hillary Clinton). Il convegno era sulla Berxit, e si chiedeva senza preclusioni ideologiche: “Brexit: stepping off a cliff or independence day?”. Il 20 marzo 2017, nella sede dell’università di Via del Casale di San Pio V a Roma, si firmò l’accordo tra università italiana e russa, alla presenza di entrambi.

 L’8 ottobre 2016 Frattini fu a Mosca – in modo del tutto palese, peraltro – a incontrare i membri della Lemonosov. C’era anche Mifsud. Frattini in un’intervista a La Stampa spiegò così: «Mifsud una spia? Guardi, non ne ha proprio l’aspetto. E’ un uomo anonimo che non si fa notare». E alla domanda sul perché Mifsud fosse lì, rispose al Foglio: «Questo sinceramente non lo so. Non so neppure se fosse lì per conto della Link Campus». Molte antenne si erano accese sull’intera vicenda, nella comunità giornalistica euro-atlantica. Ma i suoi rapporti diplomatici non sono mai stati nascosti.

Tutti raccontano che l’ex ministro è persona è di estrema moderazione e amabilità. Ottimo e rinomato sciatore. Un sorriso contagioso. Apprezzato da una parte non piccola della Farnesina. La parola che più si sente su di lui è «gentiluomo». Diversi testimoni del “manifesto” ricordano esordi politici che non t’aspetti: una sua collaborazione, giovanissimo, al quotidiano comunista. Nella sua lunga carriera è stato commissario alla giustizia europeo (con Barroso), e di recente Rappresentante speciale della presidenza Osce per il processo di risoluzione del conflitto in Transnistria. Da ministro degli esteri fece discutere la sua firma al Trattato di amicizia tra Italia e Libia (l’accordo di Bengasi), con Gheddafi che accettava di riprendere i migranti sui barconi libici. Da pochi giorni Frattini è stato eletto alla guida del Consiglio di Stato, posizione istituzionale che lo pone di fatto nella riserva della Repubblica.

Quando Giuseppe Conte fece il primo discorso da premier in Parlamento, esprimendo preoccupazioni per «la società civile russa», la cosa fu notata da tutti. Frattini si trovava proprio a Mosca, a un convegno che doveva parlare appunto della questione della Transnistria, in cui era tra i relatori anche il ministro degli esteri russo, Sergey Lavrov. Era il 6 giugno 2018, e fu proprio l’ex ministro degli esteri di Forza Italia a lodare Conte a Lavrov, e a spiegargli le idee dell’avvocato del popolo: «Lei ha visto cosa ha detto ieri, davanti al Parlamento italiano?», disse Frattini, secondo il resoconto dell’Aska, che era presente e non fu smentita. «Se lei si ricorda, Sergey, è esattamente la proposta fatta dall’ambasciatore Pasquale Terracciano un mese fa, per far ripartire il supporto da parte della Bers, per le Pmi russe. Ci sono alcuni progetti congelati, e nelle parole del presidente del Consiglio, lei ritroverà le parole, società civile, che significa proprio il sistema delle Piccole e medie imprese in Russia. Era uno dei cinque punti del Piano Mogherini. Lui ha preso questo punto, su suggerimento dell’ambasciatore Terracciano, per andare avanti e rivedere un sistema che è stato congelato per anni, non razionalmente, secondo la mia opinione». Ora questi apprezzamenti a distanza potrebbero riemergere, per le vie carsiche dell’elezione del Quirinale.

(fonte: La Stampa)