Tentazione Mattarella, ma per convincerlo serve un appello corale dei partiti

Ieri oltre 160 preferenze per il Capo dello Stato, cresce la frustrazione tra i grandi elettori

Al primo scrutinio erano soltanto in 16 e facevano la figura (un po’ patetica) degli ultimi giapponesi nella giungla di Montecitorio, quelli che non sanno rassegnarsi alla fine del settennato, anzi pretendono di incatenare Sergio Mattarella sul Colle vietandogli di fare il nonno come in fondo ne avrebbe diritto. Poi però, alla seconda votazione, le file dei «resistenti» si sono ingrossate raggiungendo quota 39. Al terzo tentativo, per effetto del passaparola, i fautori del «bis» si sono ritrovati addirittura in 125. E ieri, dopo il quarto giorno consecutivo di contatti inconcludenti tra i partiti, i «giapponesi» sono diventati un piccolo esercito: ben 166 che sarebbero perfino di più se l’intero centrodestra non si fosse astenuto, e oggi lo saranno di sicuro se questo stallo dovesse continuare.

Non si possono trattenere 1009 grandi elettori per giornate intere nell’acquario della Camera in un clima da eterna vigilia, di estenuante surplace, nell’attesa di un accordo che slitta di ora in ora, senza attendersi qualche reazione. La gente finisce per ribellarsi ed è precisamente quello che sta succedendo. Il voto per Mattarella segnala anzitutto che la frustrazione supera i livelli di guardia. Se non vogliono farsi travolgere, i leader debbono darsi una mossa. Ma c’è dell’altro. Agli occhi dei «peones» che lo votano, contravvenendo agli ordini di scuderia, il presidente uscente è la stabilità politica fatta persona, l’unica figura in grado di coprire le spalle a Mario Draghi e di garantire che la legislatura arrivi alla sua conclusione. Qualcuno ci spera per motivi poco commendevoli: garantirsi un altro anno di indennità parlamentare e, a settembre, conquistare il diritto alla pensione. Altri invece sono sinceramente persuasi che questo Parlamento abbia ancora parecchio da dire, per cui sarebbe un delitto mandarlo a casa con un anno di anticipo, mettendo in pericolo le riforme da cui dipendono i miliardi del Recovery Fund.

Quali che siano le motivazioni, nobili o meno elevate, una cosa è certa: dietro quei 166 voti a Mattarella non si vede una regia politica; in particolare non c’è quella del diretto interessato. Il presidente si trova a Roma, è tuttora al Quirinale, però come se già se ne fosse allontanato. In totale silenzio stampa per evitare qualunque tipo di interferenza nelle trattative in corso. Ieri sera, per sottrarsi al martellamento dei cronisti che volevano sapere se Mattarella aveva cambiato idea, o quantomeno ci sia possibilità che la cambi in futuro davanti a una valanga di schede con su scritto il suo nome, dal Colle hanno ritenuto informalmente di precisare quanto già si sapeva: che il capo dello Stato durante le elezioni del suo successore «non ha nulla da dire, niente da commentare o da far trapelare», per cui inutile insistere con le domande. Né Mattarella ha avuto incontri, promosso colloqui, avviato contatti riservati come altri personaggi, che invece si stanno dando molto da fare. Più una postilla enigmatica, nello stile tipico della casa: il presidente eviterà di confermare e perfino di smentire qualunque cosa dicano i media sul suo conto, sciocchezze comprese, dal momento che le smentite suonano molto spesso come conferma. Insomma, per chi ancora non l’avesse chiaro, Mattarella vuol mantenersi perfettamente estraneo a tutto quanto potrà capitare, senza che qualche candidato alla sua poltrona possa fargliene carico.

Per adesso lo soccorre il niet che Giorgia Meloni ha pronunciato nei suoi confronti e che Matteo Salvini - come spesso gli accade - non ha trovato la forza di contraddire. Senza un appello corale dei partiti, mancherebbero le condizioni minime indispensabili per convincere Mattarella a ripensarci. Però la sequenza delle candidature a perdere, dei tentativi a vuoto, delle rose prematuramente sfiorite, porta a ritenere che il frenetico immobilismo del centrodestra sia arrivato al dunque. I muscoli non stanno portando da nessuna parte (a Berlusconi il merito di averlo capito). E non occorre troppa fantasia per indovinare che, perdurando l’impasse, senza colpi d’ala nelle prossime ore, il copione del Romanzo Quirinale preveda due sole possibili conclusioni, entrambe già note. La prima, che il presidente della Repubblica lo faccia Draghi; oppure, nel caso in cui Super Mario dovesse fallire, che l’onere di restare al suo posto ricada sull’inquilino attuale.

Certamente è ciò che il presidente meno si augura perché ha già dato; perché un bis non aggiungerebbe nulla all’immagine che gli italiani si sono fatti di lui e magari la sgualcirebbe (come è capitato a Giorgio Napolitano); perché una riconferma non cercata e tantomeno voluta certificherebbe che in Italia la democrazia è al collasso. Ma nemmeno Mattarella può impedire alla politica di fare il suo corso. Tra l’altro c’è una data che pericolosamente si avvicina come una specie di ghigliottina. Tra cinque giorni il presidente non sarà più tale perché gli scadrà il mandato; a quel punto non si sa nemmeno chi dovrebbe controfirmare gli eventuali decreti del governo in tema di pandemia, se Mattarella in regime di «prorogatio» o Elisabetta Casellati in veste di «supplente»: perché nulla specifica la Costituzione al riguardo e grande è il disordine sotto il cielo.

(fonte: La Stampa)