Zingaretti contro il «tafazzismo» degli alleati di governo

Nicola Zingaretti

Zingaretti trasmette agli alleati di governo e al presidente del Consiglio un classico avviso ai naviganti. Sul banco degli imputati Conte, con le sue fughe in avanti, dalla passerella degli "stati generali" alla decontestualizzata ipotesi di riduzione dell'Iva; oltre che l'irrequietezza dei partner di maggioranza. Cinquestelle in primo luogo, arroccati attorno alle loro mosse bandiera: siano le candidature alle regionali che spalancano la porta a una vittoria della destra difficile da gestire sul fronte delle alleanze nazionali; o i veti sulle questioni identitarie altrui, vedi i decreti sicurezza. Sotto accusa anche la spregiudicatezza tattica di Renzi, alla ricerca di quel ruolo che né il consueto manovrismo, né i sondaggi, gli consegnano. L'obiettivo del leader di Italia Viva è una diversa maggioranza, allargata a Forza Italia, più centrista e sensibile alle istanze dei ceti produttivi. Perseguita con la sponda dei renziani rimasti nel Pd e guidata da un capo del governo che sia una figura tecnica. E che, contrariamente a Conte, voglia restare tale. Una simile figura, infatti, non deve sottrarre visibilità al Fiorentino, incapace di restare lontano dalla prima fila e deciso a occupare quello spazio, il centrismo radicale, che nemmeno il triplo salto carpiato compiuto con lo sdoganamento dell'alleanza con i Cinquestelle, gli ha dato. Il bypassante asse tra Grillo, Conte e Zingaretti, lo ha reso periferico.

In tutto questo il Pd si trova prigioniero, per innata vocazione governativa e "spirito di sacrificio" che rasenta l'automartirio politico, del consueto ruolo di "guardiano della stabilità. Ma, per quanto quella vocazione sia ormai una forma mentis, ogni organizzazione ha un imperativo esistenziale: primum vivere.

Ora il falso movimento dei partner di maggioranza evoca a Zingaretti il "tafazzismo". Metafora immediatamente comprensibile, espressione di un linguaggio che, tuttavia, nello strizzare l'occhio al nazionalpopolare televisivo, conferma l'incapacità della politica di evocare i dilemmi tragici. Il "tafazzismo", infatti, è un effetto, non la causa della crisi. Tanto vale, allora, usare il flaianesco "la situazione politica è grave ma non è seria". Alle prese con una pandemia globale solo mitigata localmente; con un autunno destinato a scandire le sue crepuscolari giornate con un interminabile obituary economico foriero di drammatici conflitti sociali; con l'esasperante lentezza di un'Europa incapace di arginare le punitive intenzioni dei cosiddetti "frugali", la maggioranza giallorossobianca rischia di implodere. È a questo masochistico cupio dissolvi che Zingaretti vorrebbe mettere fine. Impresa ardua. La colossale ipoteca costituita dal M5S, che riverbera la sua inesauribile e logorante crisi sulle istituzioni, unita alle malcelate ambizioni personali di taluni leader (sic), mettono a rischio ogni proposito stabilizzante.

 

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