Giorgio il grande, l’eroe del derby spallino più bello

Zamuner "inseguito" da Paramatti per festeggiare

Zamuner ha regnato sulla squadra di Fabbri e anche successivamente. Ha conquistato una B, ne ha sfiorata un’altra, ha punito Bologna 

FERRARA. Di lui, Gibì Fabbri diceva che avrebbe potuto giocare in serie A. Nella Juventus. Come “libero”.
Tutto ciò può dare un’idea di quale giocatore sia stato Giorgio Zamuner. Di quale fosse il suo potenziale, quantomeno agli occhi del vecchio maestro, che stravedeva per Giorgione. Che poi le cose siano andate diversamente – nel senso di proiezione nazionale e, se vogliamo, anche in ambito spallino – questo è un altro paio di maniche. Ma è certificato: Zamuner è stato, è e resterà l’emblema per eccellenza di una delle Spal più amate di sempre. E, tout court, un emblema biancazzurro in assoluto.

Quella squadra

Si è amici perché si vince, o si vince perché si è amici? È un po’ come la storiella dell’uovo e della gallina... Indubbiamente quella era una Spal di grandi amici. Torchia, Paramatti, Servidei, Labardi, Brescia, Mezzini e Papiri c’erano già, avevano conquistato la promozione in C1.

Lancini, Mangoni, Messersì, Bottazzi e Zamuner entrarono immediatamente in simbiosi con gli altri. Ancora oggi molti di loro mantengono strettissimi vincoli di vicinanza. Mezzini e Zamuner, ad esempio. Loro due non sono quelli arrivati più in alto, non hanno toccato gli apici di un Paramatti (tanta A tra Bologna e Juventus) o di Servidei (Lecce, Roma) e nemmeno vissuto la B (Spal e Foggia) e le innumerevoli presenze biancazzurre di Peppino Brescia (quinto di tutti i tempi, a quota 229). Si sono fermati un gradino dietro. Ma dovendo estrarre solo due carte dal mazzo per indicare i volti più significativi, popolari e amati, si potrebbero e dovrebbero indicare proprio Mezzini e Zamuner. E dovendone dire uno solo, allora quest’ultimo.

"Patada atomica”

Eleganza e potenza. Tecnica e forza. Piglio da leader e senso tattico. Sembianze da Dio greco. Efficacia ed estetica abbinate perfettamente. Spada e fioretto. Capitano nell’anima con o senza fascia. Cursore, regista e goleador. Trascinatore. Come Valentino Mazzola dava la carica al Toro ed alla gente granata nel momento in cui si arrotolava le maniche, ecco che Zamuner le aveva quasi sempre rimboccate, ed il segnale dell’assalto era il suo partire, distendere l’ampio passo, il busto eretto, la falcata trascinante e la criniera a sferzare l’aria. La potenza e la precisione del suo destro erano devastanti, ce n’eravamo già accorti quando al vecchio e fascinoso “Mirabello”, battuto da vento e pioggia, infilò la Spal con radente conclusione dalla distanza. O, ancora, quando proprio allo stadio “Mazza” – eletto “campo neutro” – di fatto risolse lo spareggio salvezza tra il suo Vicenza ed il Prato, con telecomandato missile Exocet da distanza siderale. Così come Roberto Rivelino si vide affibbiare la definizione di patada atomica per descrivere le sue squassanti conclusioni di sinistro, altrettanto avrebbe meritato Zamuner come omaggio al suo tonitruante destro. Curiosità, la realtà vuole che – tra tanti fatti d’armi – la parabola e il destino biancazzurro di Giorgio si racchiudano nella specialità della casa. In due tiri “da fuori”.

Punizione e punizione

Lasciamo stare la trionfale cavalcata del 91/92, la città in frenetica ebollizione, la sinergia popolo-gente-squadra, i 20.000 che affollavano costantemente il “Mazza”, il sontuoso e spettacolare ritorno in B conquistato anche grazie allo spessore, alle prove ed ai gol di Zamuner (significativamente suo il primo di quella magica annata, ad Alessandria; significativamente suoi i rigori squarciareti contro Monza e Vicenza; significativamente suo l’avvio della goleada sulla Pro Sesto che di fatto timbrò il passaporto per l’ascesa). Passiamo oltre la cadetteria vergognosamente e misteriosamente toltagli dalla società dopo il gol del primo punto a Terni, dopo appena 7 gettoni, dopo l’irrispettoso – nei suoi confronti – ingresso al 90’ a Monza: meno, molto meno, dei sei minuti messicani di Rivera, con la differenza che l’avversario non era il Brasile e che per quella Spal l’impatto di Zamuner – anche sull’arco di tutta la stagione – sarebbe stato maggiore di quello del Giannino nazionale per gli Azzurri. No, andiamo oltre.

Arriviamo alla stagione 1993/94. Senza Zamuner (e senza Mezzini, Labardi...) la Spal è immediatamente ridiscesa in C. In estate qualcuno va a Canossa e Giorgione ritorna dall’amaro esilio empolese. È più carico dell’intera produzione mondiale di Duracell e confeziona il meglio del suo repertorio. Annata strabiliante, a nostro giudizio anche complessivamente superiore a quella del 91/92. Si ammira uno Zamuner al massimo del proprio splendore. Solo che tutto viene prima esaltato e poi mortificato nel giro di quattordici giorni. Di due settimane. Di due date: 5 giugno e 19 giugno. Due città: Bologna e Verona. Due avversari: i rossoblù ed il Como. E due punizioni: entrambe vincenti, eppure no.

Al “Dall’Ara” la Spal gioca la semifinale d’andata dei play off per la promozione. Atmosfera da urlo, meglio della serie A dei giorni nostri. Tutta Ferrara è in Curva, il biancazzurro brilla illuminato dal sole felsineo. In ottica spallina è il derby più bello ed emozionante e godurioso di sempre. Cesare Discepoli “incarta” Reja schierando Papiri falsissimo 9, difesa (non passiva) e contropiede. La Spal soffre, resiste, profitta dell’isterica propensione locale alle reiterate proteste. E passa. Lo fa con Zamuner, ovviamente: Re Giorgio I, o l’Imperatore del dominio estense.

Laddove la gara declina verso l’ora di gioco, laddove la distanza è invitante pur se non si vedono spiragli tra la barriera bolognese e Cervellati tra i pali, laddove il muro umano davanti agli occhi di Zamuner è tutto a tinte rosse e blu, ecco che Giorgio si erge a Giorgione e scarica il destro: rincorsa a leggera mezzaluna, interno-collo, traiettoria dal basso in alto, tanto potente quanto un po’ a girare. Gol monumentale ed esultanza adeguata alle circostanza, con uno Zamuner adrenalinico che fa dietrofront, brucia la fascia davanti alle panchine, scansa con forza erculea i tentativi d’abbraccio e di placcaggio dei compagni e vola a consegnarsi – dall’altra parte del campo – alla folla biancazzurra che precipita dalle alte scalinate balanzoniane.

Ah, De Santis...

Oltrepassato il pericolo del match di ritorno, la Spal vola in finale. Ancora a Verona, identico teatro del vincente spareggio con la Solbiatese. Avversario il Como di un mister Tardelli dai solidi agganci federali. I biancazzurri escono snervati dai lunghi, troppi, eccessivi giorni di ritiro sulle sponde del Garda, luoghi da 76enni teutonici ormai abdicati alla vita. Però che succede? Capita che nonostante le batterie collettive scariche, ci sia Zamuner a fare lo Zamuner: 11’ di gioco, fallo su Mezzini, in posizione decentrata, sulla destra. Giorgio calcia di destro, fortissimo, in diagonale. Pallone nel “sette”, 1-0, Spal in vantaggio, gara in discesa, serie B in vista. Ah, magari... Gol annullato. Senza un motivo. Anzi, un motivo c’era: l’arbitro De Santis vide nulla ma invalidò perché probabilmente... doveva farlo. Senza quello scempio, la Spal avrebbe vinto il campionato. Invece l’esito di Spal-Como innescò meccanismi nefasti per tutti. Torniamo all’episodio incriminato: che successe? Mah... Anche un cieco avrebbe visto che non c’era nessuna irregolarità, nessun fallo in area, nessun episodio che potesse giustificare l’annullamento. Lasciamo perdere.

Epilogo

Zamuner rimase un’altra stagione, prima entrando in rotta di collisione con la società per la non mantenuta promessa di rinnovo biennale in aggiunta all’anno in essere, poi divenendo capro espiatorio del comunicato dei giocatori a difesa dell’esonerato mister Discepoli (con la Spal seconda a un punto dal Bologna) dopo il fatale ko di Alessandria, quindi stridendo col subentrato Guerini. Morale della favola: i biancazzurri finirono fuori perfino dalla zona spareggi, e Zamuner traslocò. Al Como. Con cui il 16 giugno 1996 venne a siglare il più classico dei gol dell’ex nell’umiliante 6-3 inflitto alla Spal nel ritorno della semifinale playoff.

Ma la storia, bellissima e intrisa di ferraresità, di biancazzurro e di spallinità, resta incancellabile. E Zamuner (persona dai valori solidi e antichi, uomo di spessore, professionista con radici venete del calcio “di una volta”) ne farà sempre parte. A giustissimo titolo. –

RIPRODUZIONE RISERVATA
 

La guida allo shopping del Gruppo Gedi