I sessant’anni del mito Baresi, Galliani: altro che Hollywood

L’ex amministratore delegato festeggia il compleanno del capitano: «Franco leader al Milan senza mai alzare la voce: bastavano i fatti» 

MILANO. La storia fa strani giri. Prendiamo il 7 maggio: nel 2011 il Milan vince l’ultimo scudetto. Nel 2020 il Monza ritrova la serie B dopo 19 anni(salvo contrordine del consiglio federale). Allora Adriano Galliani era l’amministratore delegato rossonero, oggi lo è del Monza: «Ma non parliamo ancora di promozione. La Lega di serie C chiede di fermare i campionati per sopravvivere e propone questa classifica. Ora tocca alla Figc ratificare». Regia sempre di Silvio Berlusconi, ovviamente. Insieme i due si sono gustati 31 stagioni di calcio: tanti fenomeni, molti campioni, qualche brocco. E un capitano, Franco Baresi: oggi compie sessant’anni, la maglia numero 6 sta nel pantheon rossonero e non vedrà mai più le spalle di alcun giocatore. Ritirato Baresi, hanno fatto lo stesso con quel marchio.

Baresi ha esordito nel Milan da Piscinin, il piccolino, ha smesso da Capitano. Che effetto le fanno i 60 anni del totem?


«Oddio, che il tempo è passato. Quando arrivammo noi, Franco era già 25enne, aveva vinto lo scudetto della stella con Liedholm e anche un campionato del mondo seppur senza giocare. Ne sono passati altri 35, non ha mai smesso di essere un simbolo per il Milan».

Il suo primo ricordo?

«Trovammo - non parla mai al singolare Galliani - un giocatore già fatto. E pensare che se è diventato del Milan dobbiamo ringraziare l’Inter che lo scartò dopo un provino. Aveva 14 anni, presero il fratello Beppe. Per fortuna»

Cresciuto in fretta e bene.

«Era già il capitano di una difesa con pochi eguali: Tassotti, Filippo Galli, Baresi, Maldini. Ci metta poi Costacurta: non ne ricordo una più forte tra le squadre di club, ma non solo».

In che senso?

«Non credo di esagerare se dico che nessuna nazionale al mondo ha mai avuto una difesa di così grande valore».

Il braccio alzato di Baresi per chiamare il fuorigioco è passato alla storia. Ma era sempre fuorigioco o gli arbitri ne erano condizionati?

«Era straordinario nell’alzare la linea dei difensori, vedeva il fuorigioco come nessun altro. Meglio degli arbitri, che infatti fischiavano sempre».

Qui non tutti sarebbero d’accordo, ma amen. Vogliamo parlare di Baresi e l’elastico, quel su e giù che faceva ammattire i compagni di linea prima degli avversari? Desailly e Costacurta hanno ancora il mal di testa.

«Franco era semplicemente perfetto nel dettare i tempi. Frutto del lavoro che facevano in settimana con Sacchi. Sa che li legava davvero tutti e quattro con un elastico per armonizzare i movimenti?».

Baresi leader senza mai alzare la voce: il segreto?

«I fatti. Allenamento dopo allenamento. Ai giocatori non servono parole per riconoscere il proprio leader. Lo scelgono guardandolo lavorare ogni giorno. Baresi ha giocato con un polso rotto, è tornato in campo per la finale mondiale ‘94 due settimane dopo l’intervento al menisco. I medici volevano farlo rientrare in Italia, ma io dissi "scusate negli Usa, patria dello sport, sanno trattare ogni infortunio, lasciatelo là". Mi hanno ascoltato e quel 17 luglio era in campo».

Già, Pasadena. Il rigore sbagliato e le lacrime.

«Scusi, non voglio parlarne».

Rivedere la carriera di Baresi è come fare una ricerca su Google della storia del Milan. Coincidono.

«Ha vinto 18 trofei in 20 anni, è sceso due volte in B. Senza mai vacillare».

Ha mai avuto richieste per Baresi?

«Mai. Si ricordi che nessun giocatore di quel Milan era sul mercato. Salvo che uno di loro ci avesse detto di voler andar via».

Nel suo cuore che posizione occupa Baresi?

«Nella storia del Milan Baresi e Paolo Maldini sono al primo posto. Appaiati. Come qualità tecniche, e Franco mi perdonerà, il mio preferito è Van Basten. Poi Baresi, Paolo Maldini e Riccardino Kakà».

Motivazione?

«Van Basten ha fatto cose da far perdere la testa. Ha smesso di giocare a 28 anni per gli infortuni e aveva già vinto tre Palloni d’oro. Avesse potuto continuare sarebbe ancora davanti a Ronaldo e a Messi».

La miglior partita di Baresi?

«Primo novembre 1989, ritorno dei sedicesimi di Coppa Campioni. Perdiamo a Madrid 1-0 con il Real, ma ci qualifichiamo dopo il 2-0 dell’andata. Bene, quella sera al Bernabeu gli spagnoli vanno in fuorigioco 23 volte, roba da impazzire. Baresi fu stratosferico».

Il capitano rossonero ha lasciato il campo nel 1997: si può già definire un giocatore d’altri tempi?

«Il calcio è come gli abiti femminili. Basta osservarli per capire in che anni siamo. Ho rivisto in questi giorni le nostre vittorie: erano tutti più lenti, c’era meno forza e più tecnica».

Altri tempi dunque?

«Sì. Anche perché ora i giocatori sono come i divi di Hollywood degli anni ’50, i primi ad essere visti in tutto il mondo grazie al cinema. Ecco, Baresi lo conosceva solo chi andava a San Siro. La A in diretta tv era agli albori e Franco era un giocatore, non un attore». —

© RIPRODUZIONE RISERVATA
 

La guida allo shopping del Gruppo Gedi