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Tra Gambin e la Spal un amore a metà

Giorgio Gambin con Gibì Fabbri

Arrivato 16enne e allevato da Fabbri, che è stato il suo mentore. Doveva debuttare in A ma l’esordio non è mai arrivato 

FERRARA. Non necessariamente l’impatto di un calciatore sulla fantasia popolare è dovuto alla fama, al prestigio della carriera, ai vertici raggiunti ed ai titoli conquistati. Può capitare che nessuno sportivo venga soprannominato “Maradona”. È successo, invece, che un tifoso (lo abbiamo già raccontato, ma ribadirlo non guasta) sia stato chiamato “Gambin” e che nel tempo gli amici lo abbiano sempre indicato con il nome dell’ex giocatore spallino.

Giorgio Gambin, a modo suo, ha dunque lasciato il segno. È questo, in fondo, l’indice del successo, della popolarità, la chiara dimostrazione che si è fatto qualcosa di buono anche se non si è arrivati a giocare in serie A. Quando colpisci l’immaginario del tifoso medio, allora hai fatto centro. Non ci sono trofei che possano competere con tale successo, nascosto ai più ma reale.

Cammino senza rimpianti

Gambin (quello vero, intendiamo) a lungo – anche a carriera abbondantemente terminata – non ha conosciuto l’aneddoto di cui sopra. Di certo si è sempre guardato alle spalle con occhio fiero, non ha mai trascinato il pesante e fastidioso fardello del rammarico. Unica concessione a un pizzico di velata amarezza, ciò che ci ha confidato un giorno: «In assoluto non ho rimpianti. Vanto una carriera dignitosa, con oltre 400 gare da professionista e 100 gol all’attivo. Dico solo che non mi avrebbe fatto schifo nascere venticinque anni dopo. Se il mio curriculum fosse aggiornato ai giorni nostri, allora affermo tranquillamente che avrei guadagnato un bel po’ di soldi, mentre alla mia epoca era fatica mettersi in tasca certe cifre. E poi, sarei anche andato in serie A».
È questa, in fondo, la cosa alla quale Gambin ha sempre mostrato di tenere di più. Era sostanzialmente soddisfatto del proprio cammino, ma anche consapevole del fatto che il calcio moderno gli avrebbe consentito di calcare i palcoscenici più prestigiosi. Perché lui aveva fisico e tecnica.

Per inquadrarlo temporalmente, e rendere chiara la sua storia a coloro i quali non la conoscessero, diciamo che Giorgio Gambin è nato a Merlara, in provincia di Padova, il 6 agosto 1948. Cresciuto nel settore giovanile del Legnago, giunse alla Spal quando aveva 16 anni e mezzo, unitamente a Stanzial e Rizzato. Dopo due anni di Primavera con Gibì Fabbri come allenatore, venne ceduto in prestito all’Empoli. Di nuovo alla Spal nel 68/69, fu poi prestato al Siena (con Vendrame), quindi tornò a Ferrara, poi andò al Giulianova e al Bellaria prima di rientrare alla Spal in B nel 73/74. Successivamente ha giocato nel Brindisi, nel Piacenza, nel Rimini, nel Fano, nel Francavilla, nel Mantova, nella Vigor Senigallia (anche come allenatore-giocatore), per poi chiudere la carriera al Giorgione di Castelfranco Veneto nel 1984. Questo per quanto riguarda i freddi riferimenti da almanacco.

Je t’aime, moi non plus

La Spal, per Gambin, è stata rivelazione e trampolino, palestra di vita e di calcio e di amicizie (solide, durature), epperò mai definitiva consacrazione, totale apprezzamento, piena valorizzazione. Una sorta di je t’aime, moi non plus. Il calcio di Gambin necessitava di qualcuno che lo apprezzasse, come era indispensabile una guida che cogliesse i reali contorni caratteriali di quel ragazzo-uomo che spesso non le mandava a dire, e che per questo – forse – si è chiuso qualche porta.

Giorgio ha sempre rivendicato l’assoluta bontà dei suoi mezzi, ed ha spesso puntato l’indice contro l’evoluzione (o involuzione? ) del football. Ricordiamo come fosse adesso una chiacchierata, ormai datata, nel corso della quale, con grande fervore, quasi inalberandosi, si lanciò in una lunga filippica: «Adesso c’è il pressing, ma c’era anche allora, quando si giocava a uomo e avevi un marcatore sempre incollato. Ora il pressing quanto dura? Quindici minuti, poi non possono reggere ritmi del genere per tutta la partita. Io facevo la mezzapunta, mi marcavano a tuttocampo, e giocare era più difficile. In fondo conta solo il valore del giocatore. Se Rivera, Mazzola o Riva giocassero contro queste difese farebbero 40 gol a stagione, non 20 come realizzavano a quei tempi. Adesso ci si allena diversamente, ma il calcio non può trascurare la fantasia. Baggio fa ancora divertire tutti, l’unica sfortuna è che ci sono pochi allenatori come Mazzone che accettano questi giocatori: ce ne vorrebbero di più. E vorrei vedere Ancelotti senza Zidane o il Milan di qualche anno fa senza Van Basten... Il mio era un calcio più tecnico, anche se posso garantire che si correva ugualmente. Adesso cambiano i termini, chiamano ripartenze il contropiede, ditemi voi se si può». Se fosse toccato noi – ed a maggior ragione se toccasse oggi – fornire una risposta, allora gli avremmo detto, e gli diremmo, «no, non si può». Ma contiamo nulla.

Andate e ritorni

Gambin (il suo nome, la sua figura, parte della sua carriera) è legato agli anni belli della Spal, al presidente Mazza, alla serie B ed a quella serie A solo sfiorata. Pezzato, nell’arco della sua parabola, avrebbe meritato molto più di due semplici presenze nella massima categoria, ma almeno vi debuttò. Gambin invece no. Sembrava lì lì, in procinto per farcela, ma non lo buttarono mai dentro. Sfiorò tante volte l’esordio, però ciò non accadde. Mai. E, dopo, venne prestato per la prima volta, all’Empoli, proprio in compagnia di Pezzato.
Per diverse stagioni, come accennato, Giorgio fece avanti e indietro, tra prestiti e ritorni alla casa madre in attesa di un’esplosione che tardava ad arrivare. Paolo Mazza, in fondo, lo vedeva bene, altrimenti non lo avrebbe ripreso per ben tre volte dai prestiti. Uno dei problemi, forse, era che Gambin in trasferta andava bene, mentre a Ferrara avvertiva la pressione, o comunque non riusciva ad esprimersi agli stessi livelli. L’altro? Sarebbe servita la totale fiducia dell’allenatore. Per dire: nel 70/71, in C, la Spal vinse le prime due partite di campionato, a Lucca (1-0) e contro il Viareggio (2-1), entrambe le volte con gol decisivi di Gambin. Che dopo, in pratica, non venne più utilizzato, o quasi. Vai a capire. Tant’è che il focoso attaccante pensò pure di smettere.
Accadde dopo il nuovo prestito del 71/72, al Giulianova. Rifiutò il Siracusa e venne mandato al Bellaria, allenato dall’ex biancazzurro Gastone Bean e ricco di giovani spallini: Casarsa, Vacondio, Vorazzo... Così soppesò l’ipotesi di trovarsi un lavoro, invece “Vulcano” Bianchi – il presidente del Bellaria – gli predisse che sarebbe tornato in B: fece 25 gol e ci riuscì.

Quei gol in B

Ma con la Spal evidentemente non c’era grande feeling. Nel 1973/74 quando mancava Goffi giocava lui (non sempre: toccò anche a Danilo Pelliccia), però avvertiva che da parte di mister Caciagli non c’era grande fiducia, era sempre incerto se dargli spazio oppure no. I numeri di quella stagione recitano: Goffi 31 gare e 5 gol, Gambin 14 e 3. La proiezione è evidente. E dire che Gambin sapeva farsi valere, eccome. Nelle rare partite con il 9 sulla schiena, uno straordinario gol di testa, in tuffo, contro il Taranto, che documentiamo anche qui in foto e che ricordiamo come fosse adesso per essere stati presenti (come sempre, in Curva Ovest: abbonamento ridotto, ragazzi fino a 14 anni, 10. 000 lire...), la rete che avviò il successo di Reggio Calabria, ed il rigore della rimonta sull’Atalanta, quando nemmeno Pezzato si era voluto incaricare della battuta e fu Giorgio a prendersi la responsabilità di presentarsi davanti all’ex compagno Renato Cipollini.

Forse un po’ guascone, Gambin. Prendeva il calcio come divertimento, a tratti era fumantino. Ma si caricava tutto sulle spalle. Amava chi possedeva estro e personalità. Infatti ci confidò: «Per me Ezio Vendrame è stato il miglior calciatore con il quale ho giocato. Meritava molto di più, doveva essere preso maggiormente in considerazione, ma ormai l’avevano etichettato come “testa di...”».

Quando Ezio, negli anni, è capitato a Ferrara per la presentazione dei suoi libri, Giorgio non ha mai mancato ad un appuntamento. Forse, se avessero sempre avuto un Gibì Fabbri (il grande mentore di Gambin), la storia sarebbe stata diversa. Ma il calcio va ringraziato anche per il semplice fatto di aver regalato un sogno. –

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